May 2016:The argument

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E invece, proprio sul più bello, arrivò la mega litigata.

L’antefatto è semplice: stavamo facendo letteratura, proprio su un argomento che lui, lo studente malefico, mi aveva espressamente pregato di affrontare, dato che avrebbe dovuto svilupparlo sulla tesina agli esami di maturità, e io per tutta risposta gli avevo gentilmente concesso una lezione intera o anche due su questo autore moderno alquanto complicato che altrimenti si sarebbe dovuto studiare da solo. Ok, era una dissertazione utile a tutti, ma era chiaramente un favore: un conto è procurarti da solo il materiale su un determinato argomento-materiale che mi hai già detto che non hai-o provare maldestramente a riassumere da Wikipedia essendone sprovvisto; un altro è trovarti già il riassunto del libro, con la traduzione e la lettura fatta in classe, compreso di biografia dell’autore, contesto storico, filone filosofico attinente all’opera. Cosa tra l’altro che, per fugare ogni dubbio di favoritismo vi fosse venuto, avrei acconsentito a fare con qualsiasi altro studente me lo avesse chiesto, come avevo già fatto svariate volte durante l’anno. Sì, perché ora facciamo i seri, io trattavo sempre tutti alla stessa maniera, a prescindere da ogni flebile cazzata potesse sfarfallarmi nel cervello FUORI da quella scuola.

Ma lì dentro per me TUTTI erano uguali, non ho mai fatto differenza alcuna.

Addirittura chiamò la segreteria della scuola per chiedermi di poter spostare la tanto agognata e desiderata lezione alla seconda ora quella stessa mattina perché, ahimè, aveva avuto un imprevisto all’ospedale e, arrivando in ritardo, temeva di perderla. Bene, ora spostata, no prob, visto che serviva proprio a lui mi sembrava una cattiveria farla senza il diretto interessato…

Bene, questo andava specificato per chiarire meglio il mio disappunto quando, durante la stessa, mi sono ritrovata davanti uno studente che anziché ascoltare attentamente la benedetta lezione che serviva a lui, si è messo a cazzeggiare con il compagno di banco, ridendo, distraendosi nonostante lo riprendessi, e sostanzialmente, dimostrandomi un rispetto e una gratitudine pari allo zero.

Alla prima risata ho glissato. Alle seconda ho chiesto il silenzio. Alla terza mi sono cominciata indispettire, ma l’ho ripreso. Alla quarta pure, ma mi sono trattenuta, d’altronde era sempre stato uno studente modello e non aveva mai eccessivamente disturbato in classe. Ma se sbagliare è umano, reiterare è proprio stupido, oltre che diabolico, come ben sappiamo.

All’ennesima risatina, mi è partito un embolo assurdo.

E basta, l’ho ripreso, cazziato forte, definendolo sostanzialmente un maleducato ingrato. Le mie parole non sono state quelle, era un discorso più lungo simile a quello che ho fatto sopra, ma il concetto era quello.

E’ rimasto basito. Non se l’aspettava, era la prima volta che lo riprendevo così.

D’altronde, non ce n’era mai stato bisogno prima.

Cogli altri avevo fatto molto peggio. Ma con lui no. Ripeto, non mi aveva mai dato modo di incazzarmi così tanto.

Ma la sua reazione è stata pure peggio.

Sapevo avesse dei problemini a contenere la rabbia ma….

Lì per lì ha balbettato…poi ha strabuzzato gli occhi..infine ha cominciato a parlare, anzi urlare, come un indemoniato:

“Prof…ma che dice…Ma che CAZZO URLA??”

Credo di esser diventata viola, assumendo un’ espressione simile alla figlia de L’esorcista, perché nei fumi dell’incazzatura ho comunque visto gli altri alunni ritrarsi istintivamente indietro sui banchi.

“COSA..?”

Si è alzato dal banco, sbraitando:

“Io seguo sempre, non faccio mai casino, per una volta che…”

“Ma come ti permetti? Non mi interessa che segui sempre, proprio oggi dovevi stare a sentire, mi hai chiesto una lezione e te le sta facendo, abbi un minimo di rispetto e non ridermi di fronte alla faccia”

E’ diventato paonazzo, le vene gonfie sembravano scoppiare, si è mangiato le parole e si è zittito bofonchiando:

“Questo da lei prof…proprio non me lo aspettavo..” e mi ha guardato come a dire, ora sei sulla lista nera anche tu.

Mi sono inviperita ancora di più.

“Pure?? Che è, una minaccia??” Ma chi sei, Al Capone, per dio??

Ma non ho fatto a tempo a dire altro, perché in meno di mezzo secondo ha raccolto lo zaino e ha fatto per andarsene.

“Dove vai? Ti sembra questo il mondo di affrontare una discussione?”

“Vado via sennò è peggio….”

E ha infilato la porta.

In classe non volava una mosca.

Non so quale coraggiosa anima pia abbia preso la parola  e così ne abbiamo parlato cogli altri.

Alla fine un suo amico mi fa:

“Prof, ora non se la prenda così tanto, lo sa che non è cattivo, se n’è andato proprio per non far danni, proprio perché ha stima di lei, lo conosco, ha visto pure lei come fa quando scoppia, poi gli si acceca la ragione e non capisce più nulla, se poi restava scoppiava e rischiava di pentirsi delle cose che diceva…”

Io sono senza parole. Se uno ti riprende, specie se a ragione, devi imparare a stare zitto, sei come tutti gli altri, frega una ceppa a me se non lo hai mai fatto, quando lo fai ti becchi il cazziatone come tutti gli altri, chi sei il re di sto grancazzo che speri di farla liscia?

E invece no, anziché beccarsi lo “zitto” mi risponde pure sopra, e in quella maniera, poi..!

Rientrò alla lezione successiva, e fece come niente fosse.

Quello fu l’ultimo giorno che lo vidi a scuola.

Si può anche dire che io fossi l’unico legame che ancora lo teneva legato a quell’istituto, e una volta perso anche il rapporto con una delle poche prof che stimava là dentro-parole sue-, era come se non ci fosse più una buona ragione per continuare a seguire.

Odiava tutti, c’erano davvero tante pecche là dentro che non sto a spiegarvi, e tanti prof che non erano stimati, e così, se già era nelle sue intenzione rimanere a casa per cominciare a studiare per gli esami di maturità, quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Così passammo in un millesimo di secondo, nel giro di due parolacce e mezza madonna, da un rapporto che per un attimo era sembrato virare verso una complicità, ad un’estraneità assoluta, aggravata dal peso sordo delle brusche parole che ci eravamo urlati contro e da un mancato confronto finale fra persone civili e adulte.

Praticamente nei giorni successivi si parlò solo del tanto conclamato litigio e il “fattaccio” arrivò anche alle orecchie delle segretarie che mi chiesero esplicite delucidazioni da vere pettegole.

Le settimane passarono e lui non si ripresentò più  in classe.

Prima da parte mia ci fu la fase dell’incredulità, poi quella dell’arrabbiatura, infine arrivai ad una quieta accettazione della cosa e andai avanti cogli altri fregandomene.

Certo, mi dispiaceva la cosa fosse finita così, senza un chiarimento, e che il rapporto fra di noi si fosse concluso nel peggiore dei modi (e aspè, intendo seriamente un rapporto di stima e fiducia che c’era fra insegnante e alunno, perché prima di tutto, c’era un grande rispetto reciproco fra noi e come per me realizzare che anche uno dei pochi studenti educati che si salvava si era comportato da vero bullo come tutti gli altri,  come per lui avere un ultimo ricordo così brutto dell’unica docente di cui aveva riguardo, sicuramente non era stato bello…).

Ma gli esami si avvicinavano, il tempo passò e venni presto assorbita dalla preparazione per le tesine di maturità che mi inghiottirono in lunghe settimane di oblio in cui lavorai giorno e notte come una schiava, e non ebbi più tempo per pensieri secondari di questo tipo…

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Aprile 2016: Was it casual or not?

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In classe, alla fine dell’ora, spesso gli studenti coi quali avevo più confidenza cominciavano a parlare di cosa avrebbero combinato nel w.e. (ovvero, danni), e presero l’abitudine di buttarmi là come niente fosse mille proposte con la speranza che anche io passassi per i loro stessi lidi. Fortunatamente molti di loro, fra i quali lo stesso Studente Malefico, non erano della mia stessa città, quindi avevo meno possibilità di beccarli in giro; ma proprio per questo mi chiedevano insistentemente, perché, nel caso in cui io mi fossi fatta malauguratamente sfuggire i miei piani, loro sarebbero casualmente passati per lì…

Una mattinata d’aprile uno di loro mi chiese alla fine della lezione cosa avrei fatto quella sera, se per caso ci saremmo beccati in giro o no, per sbolognarmelo dissi frettolosamente “sì, sì, certo”; avevo furbamente imparato che se non volevo domande insistenti e lagne inutili bastava chiosare con garbo e buttarla là sul vago. Mentre rispondevo al tipo avevo notato che lo Studente era rimasto ad ascoltare immobile senza proferire parola.

Quel venerdì uscii con un gruppo di amici a tarda serata, erano le undici e mezzo passate.

Mentre sorseggiavo la mia birra, fra un risata e l’altra, riflettevo sul fatto che proprio lo studente che mi aveva fatto la domanda non c’era (che culo), e sicuramente non avrei beccato l’altro (ma figurati), era di un altro paese e non aveva mai frequentato la mia città (la prima volta ed unica volta era stata appunto per la cena dei cento giorni), quindi mi sarebbe apparso alquanto strano vederlo passeggiare come niente fosse per quelle vie…proprio quella sera là.

Poi vedo una mia alunna, e fin lì niente di che. Noto un cappellino da baseball della NY fra le folla e rifletto sul fatto che ce l’ha uguale al mio ragazzo, e mentre formulo questo pensiero astratto il tipo si gira e mi pare di conoscerlo. Aspetta un attimo, la mente mi si focalizza sulla serata in discoteca di qualche mese prima. Un suo amico. Sposto gli occhi. E lì vicino, lui.

Ho fatto finta di niente. Ho temporeggiato. Ma dentro mi sentivo un po’ ribollire.

Sarà casuale che proprio l’unica sera in cui dico dove sono si fà trovare lì davanti?- mi chiedo un po’ spiazzata. Loro mi riconoscono e cominciano a sgomitare. Mi salutano e io mi giro con un “Ancora??”. Ridacchiano. Si fanno avanti. “Ragazzi, mo basta però, ultimamente mi pare ci incontriamo un po’ troppo spesso, eh!”, dico esasperata, e non a torto.

“Che ci fate proprio qui?”

“Ma niente, siamo venuti a fare un giro…”

“Non vi avevo mai visto da queste parti…”

“Eh, un’improvvisata…” e già mi immagino la scena di lui che trascina gli amici come io avevo trascinato mia cugina in discoteca. Scuoto la testa scacciando i pensieri decisamente troppo fantasiosi e pretenziosi.

“Insomma che fate?”

“Eh, stavamo giusto andando via, prof…” mi dice schivando i miei occhi.

“Ah sì?”

Infatti sono rimasti altri due ore.

“Ci prendiamo una birra qui, prof?”

“No, aspè, andiamo al pakistano, hanno le Peroni da 65 cl  a due euro”

Ride.

“Prof, lo vede che è proprio una donna da sposare?”

“Vabbè per così poco” rido.

“Per tutto, e anche per questo”.

MAH.

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Quell’episodio è stato uno spartiacque.

Per me, era la conferma del fatto che quello che avevo osato pensare fosse vero.

Non me le ero dunque sognate le sue piccole attenzioni in classe, i sorrisini, i complimenti buttati là…

Fra le dichiarazioni di una sua compagna di classe e questo, cominciavano a tornarmi le cose. Più che tornarmi, erano ripeto conferme di cose che già immaginavo.

(Ps: Qualche mese dopo avremmo parlato dell’episodio e avrei invece scoperto che non erano cose così scontate… ma questa è un’altra storia.)

Ripetizioni private

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Il lunedì seguente all’incontro dei cento giorni, lo studente mi ricontatta per fissare la data delle lezioni private di spagnolo.

Sapeva che oltre alla scuola facevo ripetizioni, ed essendo tremendamente indietro in quella materia, mi aveva più volte supplicato in quei mesi di poterlo fare. Durante tutto l’anno avevo rifiutato la sua come altre richieste dei miei studenti, non che due soldi in più mi facessero schifo; ma non mi sembrava corretto nei loro confronti, già pagano fior di quattrini nelle private, non ritenevo giusto spendessero oltre né lui ne altri per un servizio che in teoria gli doveva essere garantito dalla scuola stessa. Chiedemmo in presidenza più ore, svariate volte, ma non ne misero, quindi ad un certo punto all’ennesima e-mail di disperazione, insofferenza e scazzo accumulato; acconsentii e ci mettemmo d’accordo.

Lo accolsi a casa nel mio studio. Dopo aver vissuto anni da sola nella mia città universitaria, avendo trovato lavoro nella mia città natale ero tornata temporaneamente a vivere a casa. Ma i miei quei giorni non c’erano. Mi sembrava una cosa losca quasi fatta apposta ma sapevo che erano solo gli scherzi del cervello, perché da me ricevevo puntualmente persone di ogni età e sesso per far loro ripetizioni, e spesso eravamo da soli senza che mi venisse il minimo scrupolo, anzi, è ancora meglio per favorire la concentrazione e l’empatia.

Naturalmente arrivò in ritardo. E ovviamente lo cazziai.

Ricordo ancora che lo dovetti andare a prendere nel parcheggio fuori casa perché non sapeva se aveva trovato la via giusta o meno. Massì dai, facciamoci pure vedere da tutto il condominio!

Con tutto il via vai che c’era con le ripetizioni, come minimo avranno pensato che mi infrattavo coi minorenni* non appena i miei mi lasciavano campo libero.

*nel suo caso maggiorenni, dai!

Paranoie a parte, entriamo e per stemperare la cosa e metterlo a suo agio gli offro un caffè. L’orario era quello giusto, dopo pranzo.

Parliamo di tutto un po’, della scuola, delle sue preoccupazioni per la materia, cerco di rassicurarlo e di spronarlo ad andare avanti senza troppe paure per l’esame di stato. Si lasciava sempre andare con me e mi raccontava i suoi pensieri, le sue ansie, come molti altri ragazzi della scuola mi vedevano più come una psicologa o una sorella maggiore che come una docente col coltello dalla parte del manico di cui aver paura.

Poi siamo andati a fare lezione.

Io sono stata sempre iper professionale, abbiamo letto e tradotto brani e fatto esercizi come nulla fosse, cercavo di trattenermi come un budda indiano in alto stato di concentrazione ogni qual volta mi veniva da ridacchiare come una scema perché, parliamoci chiaro, l’ultima volta che ci eravamo visti eravamo entrambi sbronzi, affiatati, con l’occhietto vispo indagatore di chi si sta conoscendo e ci scrutavamo come due orsetti curiosi.

Della serie che a forza di trattenere i sorrisini di imbarazzo ogni qual volta la mente mi tornava all’episodio e alla rivelazione della mia studentessa (“E’ innamorato di lei, prof!”) mi si era paralizzata la faccia, per dio.

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Ma lui non era altrettanto furbo né bravo a farlo e ogni tre per due gli partiva una risatina immotivata, un sorriso, una battutina, e abbassava gli occhi sul foglio cercando di smorzare la cosa.

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MMM, che stress.

Poi niente, mentre parlavamo delle varietà dello spagnolo parlato in latinoamerica, come niente fosse gli è partita la scia dei ricordi della serata trascorsa assieme e via, non si è più trattenuto e ha cominciato a raccontare gli episodi uno ad uno, ridendo, facendomi ridere a mia volta, snocciolandoli.

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Ci siamo ricomposti e abbiamo finito la lezione. Di un’ora ne avremo fatte due, ma vabbè.

Ho salutato, mi sono chiusa la porta dietro le spalle e la mia mente è volata alla serata in preparazione con le amiche.

Marzo 2016: unexpected revelations

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Lo studente ad un certo punto mi chiede di fargli lezioni private di spagnolo.

Fra lo scambio di e-mail e l’appuntamento a casa mia passò circa una settimana.

In mezzo ci furono i cento giorni. Sapete no, in quinto si suole festeggiare i cento giorni all’esame di maturità con cene, gite o giù di lì. Più che altro è una flebile scusa per sbronzarsi fino alla morte, da quel che ricordo io.

Gli alunni mi avevano più volte chiesto di andar con loro, qualsiasi fosse la loro scelta o destinazione, cosa che avevo chiaramente rifiutato-mi era ampiamente bastato l’incontro in discoteca.

Una sera esco con mia cugina, fra parentesi, non era nemmeno il giorno in cui si festeggiano i cento giorni, avevo sentito che volevano organizzare una cena in tal posto e quindi, anche se avevo voglia di andare a mangiare fuori da qualche parte, per sicurezza schivai non solo qualsiasi ristorante, ma addirittura evitai di uscire nella zona incriminata, così, tanto per evitare spiacevoli incontri.

Appena uscite, e dico, appena uscite, stiamo camminando per una via quando molto più avanti a me, fra la folla, intravedo due tre volti noti. Delle mie alunne. Subito associo la cosa ai cento giorni e, contrariamente a quanto fin’ora avevo sempre fatto-per educazione ero solita salutare gli studenti se li beccavo in giro-, cambio repentinamente rotta e mi infilo nel primo bar che trovo, sbuffando.

Mia cugina mi segue chiedendo delucidazioni. Non faccio in tempo a dire:

“Lascia fare, ci sono quei teppisti dei miei st..” che:

“PROF!!!” e mi sento tirare indietro direttamente dal cappuccio della giacca. Cioè, mi avevano letteralmente inseguita e assaltata.

Faccio per girarmi alquanto infastidita e:

“Prof, ha fatto finta di non vederci??”

“Ehm, ma no, io…”

“E’ letteralmente fuggita via!”

“Veramente io…”

“Dove va di bello??” e insomma, mi bloccano all’entrata del locale e cominciamo a parlare.

Due nano secondi dopo arriva lui. Lo studente malefico, of course. Mi vede e mi saluta contento come una pasqua. E’ felicissimo e ubriachissimo. Alla fine sentendomi un po’ una merdina per averli dribblati mi fermo a fare due chiacchiere, e mi convincono, per non dire trascinano, a prenderci qualcosa da bere tutti insieme per brindare ai cento giorni dall’esame.

La serata è stata strana. Ho subito rimproverato lo studente perché era ridotto davvero male. Non che io sia una santa, eh, però jesus, un po’ di sano equilibrio. E poi doveva anche guidare. Ero preoccupata per la sua sicurezza. Mi sentivo tanto mamma chioccia. Lui ha cercato in tutti i modi di offrirmi da bere ma ho eluso l’offerta sino alla fine. Non nel senso che non abbia bevuto. A fine serata  ero forse più sbronza io di lui. Nel senso che non mi sono fatta offrire niente.

Arriviamo al bancone e insiste con veemenza:

“No”

“Ma perché no?”

“Non ti preoccupare, non serve che mi offri da bere, davvero”

“Che c’entra? Io voglio offrirle da bere, è diverso”

“Questo l’ho capito. No, grazie, faccio da sola, non serve”

“Non serve a cosa, mi scusi? Se lo faccio è perché ho il piacere di offrirle da bere, non così, tanto per…”

Ma tanto alla fine mi sono impuntata e ho pagato da sola. Dicevo che è stata una serata strana. Siamo stati bene, ho passato allegramente del tempo con tutti, anzi, ho passato gran parte della serata soprattutto con le mie alunne, abbiamo riso e scherzato tutti insieme. Mentre ci stiamo riavviando verso casa due ragazze, complice la vicinanza e l’alcool in corpo, cominciano a lasciarsi andare e a dirmi quanto si trovino bene con me proprio per come sono, perché al di là della docenza io li faccia sentire a loro agio anche in una serata così, inaspettata ma piacevole, la solita storia che si vede che sono una tipa in gamba e non una vecchia dentro e bla bla e cominciano a paragonarmi con l’altra insegnante mia coetanea che però ha tutt’altra mentalità (“prof quella è la classica casa e chiesa il cui unico obbiettivo di vita è farsi mettere l’anello al dito e ingravidare”, parole loro). Finiamo sul discorso degli studenti maschi che fanno i provoloni là dentro e ne dicono dietro di ogni. Cerco di sminuire la cosa, dicendo che è normale, che a loro basta che non si presenti la classica megera che puzza di stantio ma una poco più giovane e di mentalità più aperta di un ottantenne che non ci capiscono più niente, ma lei attacca No no prof, la apprezzano proprio tutti, davvero!, e poi lo dice, chiaro e tondo:

“Lo studente, poi, è proprio innamorato di lei…”

COSA?

“Ma no, che c’entra, è solo perché sono giovane, su..” cerco di smontare.

“No no prof, lui la stima proprio, non fa altro che dire che è una ragazza tanto intelligente e in gamba, le piace come persona, non sono i classici commenti stupidi sull’aspetto fisico..”

“Vabè ma dai, quelli me li fa anche Tizio, e poi anche Caio e Sempronio, ma mica vuol dire…”

“NO PROF, Tizio e Caio perché sono così, lo fanno tanto per fare gli scemi, invece studente è proprio innamorato, mi dia retta..”

“Ma quale innamorato, è presissimo della ragazza, lo dice sempre, e si vede, cioè..”

“Vabè la ragazza sarà la ragazza, ma anche con lei non scherza, eh..” mi ha interrotto.

“Ma che non te n’eri accorta?” le fa eco mia cugina.

“Ragazze su non esageriamo, la sua al massimo è la classica infatuazione che hanno anche tutti gli altri, né più ne meno, e niente di più, dai!”

“Massì sarà una cotta, però lo è”, mi ribadisce l’alunna.

Torno a casa confusa e brilla, non so se per l’alcool o le rivelazioni inaspettate.

Quella sera la conversazione con l’alunna mi mise ancora di più la pulce nell’orecchio.

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Febbraio 2016:the meeting at the disco

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Poi ci fu l’incontro in discoteca.

Totalmente casuale, eh.

Ero venuta a sapere dallo studente che se ne andava a ballare in un determinato posto, e ci trascinai senza troppi preamboli mia cugina. Ripeto, del tutto casuale.

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Vabbè dai su, a parte gli scherzi, vi spiego meglio come è andata, potete anche abbassare il vostro sopracciglio accusatorio.

La realtà è che da un po’ di tempo mi andava di farmi una serata da qualche parte, ed ero venuta a sapere di questa nuova discoteca che aveva appena aperto e avevo intenzione di andarci quel fine settimana. A fine lezione, quel venerdì, premettendo che ormai si era creato un certo clima di confidenza e che loro erano soliti parlarmi di ciò che avrebbero combinato nel w.e.; chiesi per scrupolo delucidazioni su quali fossero gli eventi appetibili in giro, dato che sicuramente essendo quello il loro unico scopo di vita ne sapevano qualcuna in più di me; e infatti, due tre di loro mi resero edotti delle varie serate che c’erano in giro. Lo studente malefico tuonò con grande entusiasmo che aveva una festa dei diciotto anni (diciotto, per dio!!arrestatemi, plz..) di un amico in tal posto, un altro che andava da un’altra parte, eccetera. Ad un certo punto ricollegai che il nome del posto dove sarei voluta andare aveva lo stesso nome di quello che mi aveva appena nominato lo studente malefico, e d’istinto dissi:

“No vabè, mi hai appena rovinato il w.e., avevo intenzione di andar lì, ma ora eviterò accuratamente”, e il bello è che lo pensavo davvero, lì per lì. Le ultime parole famose…

Chiaramente se già aver fatto una domanda innocente a scopo puramente informativo aveva comportato che ognuno di loro avesse premuto l’acceleratore cercando di rendermi il più appetibile possibile il posto dove andavano per invogliarmi ad andare lì, quest’ultima confessione caricò lo studente ancora di più, e cercò di convincermi. Io chiaramente chiosai, e tornai a casa pensando che non ci volevo più andare.

Ma non ci volevo, o piuttosto, non ci potevo andare?

Quali obblighi morali mi frenavano, in fondo?

La verità era che rosicavo dentro perché mi rodeva rinunciare ad una serata per il semplice fatto che uno di loro era lì. Cosa che mi fecero notare anche altre persone accanto a me.

In effetti, per tutti quei mesi ero rimasta terrorizzata all’idea di poter incontrare i miei studenti in giro (cosa che era chiaramente successa), e, ogni volta che uscivo, prima di portare la pinta di birra alle labbra mi guardavo guardinga in giro peggio di una sentinella. Gli amici si erano un po’ rotti di tutte queste mie stupide paranoie, alla fine non stavo ammazzando nessuno e avevo diritto anche io alla mia vita sociale. Sostenuta da questa mia nuova filosofia di vita, decisi coraggiosa di andare comunque, seppur con qualche remora.

Alla fine il posto era grande, non ci saremmo necessariamente beccati.

E infatti, per tutta la serata le nostre strade non si erano incrociate. Erano ormai quasi le tre e mi ero goduta la mia serata, quando per riprendere un po’ d’aria dalla folla ho scavalcato il buttafuori di turno per salire nello spiazzo dedicato ai tavolini.

Ho fatto due gradini e mi è caduto l’occhio sui divanetti poco più avanti a me.

CAZZO” ho pensato mentre un guizzo mi attraversava il cervello e d’istinto mi sono subito rigirata aggrappandomi alla ringhiera del palco come nulla fosse, seguita da mia cugina.

Siamo rimaste a respirare lì, sopra la folla, mentre mi dicevo che forse non era stata proprio una buona idea venire lì come niente fosse, se ora non mi andava nemmeno di salutarlo.

Mi aveva visto?

Oh sì, che mi aveva visto. Ero sicura che ora già stava sgomitando con tutta la cricca.

Ormai la frittata era fatta, fuggire non si poteva.

Mettono un pezzo che mi piace parecchio, quindi per un minuto mi dimentico della situazione e canto a squarciagola aggrappandomi a mia cugina come non ci fosse un domani, ma proprio mentre siamo rapite dalle note tutte abbracciate e agitiamo le mani al cielo…..mi sento toccare la spalla.

Mi giro-poco sorpresa a dir la verità- e:

“Prof, ma che ci fa qui?”

Lo studente sghignazza letteralmente sotto i baffi e si mette le mani in faccia come a dire oddio. Io recito la parte della persona stupita, oh ciao, ma allora sei qui, non ti avevo visto-come no!- e lo presento alla cugina.

“Aveva detto che non veniva, prof….” mi fa lui, maledetto serpente velenoso, adocchiandomi provocatore.

“Eh lo so, però avevamo già organizzato la serata e non mi andava di rinunciare…” ho ammesso io. E poi niente.

E poi ci siamo messi a parlare. E non la finivamo più.

E finché non mi sono staccata io, non mi mollava.

Abbiamo parlato di tutto, dai discorsi sul futuro, su quali erano le sue prospettive universitarie, ai problemi della scuola, ai discorsi sugli amici e la ragazza da dover lasciare trasferendosi da qualche parte…Mi ero sciolta, e parlando di come un tipo capace come lui fosse finito in quella scuola dove, obbiettivamente, c’erano solo persone che avevano seri problemi con lo studio e davvero poca voglia di studiare, per un attimo, complice l’alcool e la confidenza, gliel’ho proprio dovuto dire:

“E comunque, te lo devo dire, tu là dentro non c’entri proprio un tubo”, solo che anziché tubo, mi è uscita un’altra parola. Per poco non si schianta dalle risate. Mi sono vergognata come un gambero ma ormai era fatta.

“No vabbè prof, se è per questo pure lei non c’entra niente là dentro, è una gabbia di matti, se ne deve andare, può davvero aspirare ad altro nella vita, se lo merita, ha tutta la mia stima..”

E ancora giù coi discorsi seri e io a sequestrargli il bicchiere perché già lo vedevo mediamente sbronzo, peccato però che se ho un bicchiere in mano d’istinto mi venga da finirlo, così poi la sbronza son diventata io; finché ad un certo punto mi guarda con un sorriso sincero e mi fa:

“Prof, lo sa? Lei mi ha risollevato la serata…”

“…”

“No, sul serio, ero seduto là, scoglionato, non mi andava di ballare o di far niente, manco più di bere, quando ho visto lei…e non mi è parso vero..mi ha proprio svoltato la serata…”

“Ehm, grazie..”

Ed è a quel punto che ho troncato lì la conversazione e mi sono riseduta con mia cugina col pretesto delle gambe stanche.

Ero un po’ sbronza e mi stava girando la testa ma cercavo di non darlo a vedere-ci sarebbe mancato solo quello…

Appena ci siamo rialzate mi è venuto vicino.

Mentre chiacchieravamo, gli amici gli si sono fatti intorno incuriositi, così mi ha presentata.

“Questa è la mia professoressa di lingue, ragazzi”

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Mi hanno squadrato da capo a piedi. Devo premettere che avevo un vestito nero corto, i capelli lunghi sciolti e boccolosi, e il trucco non certo da educanda. Insomma, era il mio sabato sera, ovvio che non fossi nella mise mattutina e sobria che generalmente adottavo durante le lezioni.

“Cioè, lei è la tua prof?”

“Sì, ehm, piacere”

“Ma è troppo giovane, troppo….cioè dai, siam seri…”

“Non ce l’avevi mica detto che avevi una prof così, bastardo”

“Che gran culo che hai, bastardo due volte”

“Con una prof del genere, io andrei sempre a scuola”

“Ecco perché quest’anno frequenti sempre, paraculo”

Mi sono vergognata come un porco, ma ho cercato di minimizzare:

“Ma non mi sembra che invece sia una valida discriminante…” e invece sì che lo era, veniva sempre “le assenze le fa anche lui, eh..” dico riassumendo il ruolo da prof bacchettona.

“Prof non dica così, vengo sempre a scuola, lo sa”

Gli amici mi si sono fatti intorno, e uno di loro piuttosto ubriaco nel parlarmi per poco non mi viene sopra, al che io faccio un passo indietro per mettere un po’ di distanza ma tanto ci aveva già pensato lo studente che mettendogli una mano sul petto lo blocca e lo tira indietro:

“Oooh, sta buono, eh”

E per qualche istante mi aveva lasciata da solo con un altro che mi stava tartassando di domande, ma vedendo che insisteva si è riavvicinato e lo ha interrotto:

“Ma ci stai provando con la mia prof?”

E l’ha allontanato.

E niente, poi li abbiamo salutati e siamo andate via. Facendomi promettere che non avrebbe fatto il gradasso cogli altri in classe vantandosi di aver beccato la prof in giro. E devo dire che la promessa l’ha mantenuta.

Ma così si era già creato un piccolo segreto da mantenere, una cosa di cui sapevamo soltanto noi due. Era una cosa stupida, dal contenuto irrilevante, eppure era proprio il fatto di condividere un qualcosa di privato, che era successo, che lo rendeva strano, e gli dava quel qualcosa in più.

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Gennaio 2016: assonanze non richieste

complicità.pngTornare a scuola dopo le vacanze natalizie non fu così traumatico come credevo.

Le prime due ore avevo avuto altre sezioni, così lo beccai uscendo dall’aula al cambio dell’ora. Nel vedermi lo studente sorpreso (ma di cosa?) tirò fuori il suo sorriso più bello e mi accolse reattivo e compiaciuto facendomi le feste come un simpatico cagnolino:

“OOOOH, bentornata, prof!!! Buon anno, eh!”

Gli mancavano giusto la coda e le orecchie.

Ma gli brillavano gli occhi.

O forse ero io che ci vedevo doppio e dovevo ancora smaltirla da Capodanno.

Sta di fatto che l’anno era ricominciato e io cominciavo a notare, per così dire, delle assonanze.

Su cosa?

Oh bhe, riguardo svariate cose.

Poteva essere un punto di vista. Un’idea politica condivisa.

La stessa musica. Un artista che avevo dimenticato e che lui mi aveva ricordato, uno che ascoltavo alla sua età.

Poi scoprii anche che avevamo fatto lo stesso sport e che era mezzo daltonico.

Come un mio ex.

Questa devo dire che fu proprio una coincidenza particolare che mi turbò. Più che altro perchè ricollegai come tutto era cominciato con quel tipo, proprio dal nulla come sembrava essere con lui.

Cercai tuttavia di ignorare la buffa analogia.

Insomma, delle cose in comune.

Molto tempo dopo, le avrei interpretate come dei segni. Come piccoli segni del destino che mi avevano indicato la via (quella sbagliata, s’intende). Anche se io sostanzialmente non credo in nulla, tanto meno nel fato. Ma per ora le vedevo come delle piccole assonanze, nulla di più.

Che però bho, mi avevano messo la pulce nell’orecchio. Sai quando incontri una persona e man mano che la conosci noti via via sempre una cosa in più che ti fa pensare, Oddio, ma anche questo condividiamo?, e che ti fa pensare che quell’individuo non sia stato messo lì per caso?

Dicevamo della pulce nell’orecchio. Una pulce che per ora non era fastidiosa. Era solo un sorridere dentro notando delle cose a cui nessuno faceva caso tranne me.

Pero c’era.

E mi faceva rimuginare…

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Maldita seas tú, pulga…

Dicembre 2015: weird questions to ask a teacher

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Il cambiamento cominciava ad essere in atto.

A fine ottobre, la prima volta che lo studente malefico mi chiese:

“Dove va a ballare prof per Halloween? Se va lì, ci vengo anche io”, bhe, io rabbrividii disgustata e seriamente terrorizzata al pensiero che lui o un qualsiasi studente potesse beccarmi fuori dall’ambito scolastico con un bicchiere in mano in una qualsiasi discoteca a divertirmi con gli amici. E chiaramente, risposi infastidita negando, dato che sì, sarei andata proprio in quel posto,  e l’ultima cosa che volevo era trovarmi un alunno davanti magari mentre ero sbronza e vestita da apetta sexy, per dire.

Cacchio, leave me alone, mollatemi, fatemi staccare il cervello come si deve, dopo una settimana in quella gabbia di matti, volevo potermi divertire senza stare col pensiero che il giorno dopo quei guastafeste che mi avevano visto in giro facessero commenti inopportuni in classe.

Peccato solo che due mesi dopo, l’idea di incrociare uno di loro, già non mi terrorizzasse più. Stavo cambiando approccio, mi stavo sciogliendo, mi stavo aprendo di più verso di loro.

E alla domanda:

“Prof, ho due biglietti..Ci viene con me a vedere Mai Dire Gol?”, quasi mi è dispiaciuto dover dire di no. Cacchio, il mio programma preferito (ovviamente non era quello, ho censurato!)

Una delle prime domande che mi fece sempre lui, lo studente malefico, credo addirittura alla prima lezione, fu:

“Ma lei se l’è mai fatta una canna, prof?”

No no, guarda, il mio genere preferito è il reggae, ascolto solo Bob Marley tutto il giorno e Snoop Dog è un novellino rispetto a me…

“Ehm, non credo che questa domanda sia attinente con l’argomento della lezione…” ho farfugliato, incapace di negare l’evidenza. Che sfacciato, lui. E che tonta, io.

Chiaramente cominciarono subito a fare domande personali, alle quali ovviamente non davo loro la soddisfazione di rispondere, indagavano come piccoli Sherlock Holmes come se la mia vita fosse improvvisamente diventata oggetto dei loro studi. Io glissavo sempre, ma era ancora peggio, perché così sembrava volessi tirarmela e fare la misteriosa, invece volevo solo che si facessero gli affari loro e non volevo spiattellare i miei, ma poi mi resi conto che così sembrava che dovessi nascondere chissà quali arcani e  segreti, quindi alla fine mi arresi e scoprirono, fra le tante cose, che ero fidanzata.

“Nooo prof, lei ha il ragazzo??” ulularono a gran voce con facce deluse.

“Mannaggia” continuò lo studente malefico, e fece un gesto come a dire “eh, sennò…”.

Sennò un corno, gli avrei detto. Stai al tuo posto. E fly down, plz.

Sempre allora, eh. Che la mia scorza da dura cominciava ad ammorbidirsi e le barriere che avevo creato a cedere, pian piano… perchè bho, per quanto volessi mantenere le distanze, più stavo nel mondo degli adulti, lavoratori, ammogliati e annoiati, con prole a seguito e terribilmente ingrigiti, e assimilavo il loro modo di pensare, così terribilmente standardizzato e fatto a scadenza, più mi rendevo conto che ero più simile ai miei studenti che a loro. Solo che me lo tenevo per me. I miei studenti ancora erano pieni di vita, spensierati, spericolati, che poi è la caratteristica più bella di quell’età, e io, vedendo i trenta inesorabilmente più vicini rispetto a qualche anno prima, non volevo arrendermi ad una vita piatta e omologata e avevo ancora voglia di uscire e star bene, far serata, divertirmi, girare il mondo, vedere cose nuove. Certo, il tutto sempre responsabilmente. Una volta ogni tanto. Diciamo pure una volta ogni passata di papa, visto che il lavoro mi assorbiva fino al midollo. Ma dentro di me ribolliva ancora lo spirito ribelle della ragazza che ero sempre stata fino a poco prima, la studentessa universitaria che si gode la vita. Mi sentivo castigata dentro ad un realtà che non mi apparteneva, ma sapevo che dovevo responsabilizzarmi e lo accettavo con quieto assenso. Anzi, mi piaceva lavorare sodo e guadagnarmi il pane per poi spendermi i miei soldi come decidevo io.

 

 

Love again

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Sto ascoltando il nuovo album di Zucchero…il nostro grande blues man

Tutte belle canzoni, alcune più spinte e decisamente rockeggianti, un vero inno alla vita, altre più introspettive e malinconiche, dietro ha un team di musicisti assurdi e non certo di primo pelo – Mark Knopfler, leader dei Dire Straits, vi dice niente? ;)- che ovviamente hanno reso il tutto spettacolare.

E poi c’è questa, Love Again, una ballata struggente e dannatamente malinconica che mi perseguita… E ti culla come una ninnananna inesorabile che parla d’amore. D’amore e quindi di persone…presenti o passate. Io col mio mood attuale, ci leggo di persone perse che il tempo non ti ridarà mai indietro. Che però sono parte di te ormai..e quindi pervadono tutto il tuo essere, e il tuo spazio. Ogni cellula del tuo corpo e del mondo che respiri.

Ognuno può vederci ciò che vuole…chi un amore perduto, chi un’occasione mancata, chi una persona cara che non c’è più.. Voi cosa ci trovate?

La frase finale mi sembra un inno alla vita, uno spronarsi ad andare avanti.

Ho evidenziato le parole più incisive per me in questo momento..chissà perché quando si sta passando un periodo un po’ delicato si ritrovino riferimenti personali ovunque e sembra quasi che il mondo ti stia mandando mille messaggi subliminali…mah..

Enjoy it!

 

Love again

Love again
Love again
Come sollievo di lacrime

Love again
Love again
Col cuore gonfio di polvere
Uh ritornerai
Come la manna d’estate
So dove sei

Abiti qua dentro di me
Fuori di me nell’universo
Abiti qua sotto la pelle
Oltre le stelle nell’universo

Love again
Love again
Disteso in campi di fragole

Love again
Love again
A cancellare la cenere

Uh settembre ormai
Le mie giornate si accorciano
Dove sei

Abiti qua dentro di me
Fuori di me nell’universo
Abiti qua sotto la pelle
Oltre le stelle nell’universo

Abiti qua pezzi di cuore
Sciamano al sole nell’universo

I gotta move se perdo te
I gotta move perdo anche me
I gotta move yeah yeah yeah yeah

Love again

Abiti qua dentro di me
Fuori di me nell’universo
Abiti qua sotto la pelle
Oltre le stelle nell’universo
Abiti qua pezzi di cuore
Sciamano al sole nell’universo

I gotta move, I wanna move, I gotta move
Love again, love again
I need to love again

 

Novembre 2015: great job, Ma’am!

Beautiful young teacher

E poi c’erano i complimenti.

Quelli che non ti aspetti, che sai come gestirli a ventisei anni, ma che, quando son troppi, comunque ti imbarazzano.
“Prof, ma sa che è ancora più bella, quando sorride?”

“La odio questa scuola, odio tutti i professori, io seguo solo perché ho un profondo rispetto per lei”

“Lei ci tiene troppo a noi, prof, si vede che si da da fare”

“E’ l’unica che stimiamo qua dentro”

“Io non ho mai seguito come da quando c’è lei a insegnarmi, prof”

“Prof, oggi è bellissima”

“Ma si rende conto se alla statale capitava una professoressa del genere il bordello che veniva fuori?”

Da una parte li capisco: essendo abituati a professori con un’età media da ospizio, incazzosi e con lo stesso charme di un gufo, quando poi ti ritrovi in classe una prof che ha solo qualche anno in più di te, giovane, alla mano, con una mentalità decisamente aperta e lo spirito giusto…bhe, era inevitabile che mi amassero.
(E dopo queste affermazioni, mi sono ufficialmente guadagnata le antipatie di tutti i cari professori della pubblica..perdonatemi, non siete tutti uguali, e ve lo siete sudato il posto, stando dall’altra parte della cattedra si capiscono tante cose e io ho capito quanta pazienza avete avuto con me…ma anche quanto vi è piaciuto avere il coltello dalla parte del manico e abusare del vostro potere)
Per la mia autostima personale, credo che non ci sia stata cosa migliore che insegnare in quella scuola. Non che io fossi nuova a certe esternazioni, parliamoci chiaro, una donna non è mai estranea agli apprezzamenti, però davvero, credo di non averne mai ricevuti tanti tutti insieme come in quei mesi.
Mi vedevano come una dea scesa in terra, senza scherzi, come l’incarnazione della professoressa ideale, come una donna di potere, una donna in carriera elegante, fine e realizzata.
Donna in carriera, io?
Sono una precaria, una fottuta futura disoccupata, jesus!
Avessi lavorato alla Casa Bianca, posso anche capire l’ammirazione suscitata in loro.
Ma ero solo una misera prof. Novella, fra l’altro.
Bhe, parliamoci chiaro, guadagnare la stima e l’approvazione di ragazzetti acerbi che sono abituati ad avere a che fare con coetanee il cui idolo è Justin Bibier…lo so, ti piace vincere facile, eh?
Bonsci bonsci bon bon bon.
Ma io ero perfettamente consapevole che la loro stima dipendesse dal fatto che avessero visto ancora così poco dalla vita. E, anche a costo di darmi la zappa sui piedi e di aprire loro gli occhi sulla realtà, glielo dicevo pure, che avevano gli occhi improciuttati e mi stavano solo idealizzando.
Ma loro continuavano, imperterriti.
Ora, non sto sminuendo la mia persona o altro. Io so quanto valgo. Come sono consapevole dei miei difetti, riconosco anche i pregi. Mi rendo conto che non sono da buttare, capisco che una ragazza che dimostri di avere anche un cervello oltre che due chiappe possa far colpo, non sputo sopra le mie due lauree e sopra alla mia cultura come fossero cose che chiunque possa sventolare come fossero date per scontate, anche perché sono una persona profondamente realista e ho rispetto per il tempo, l’impegno e i soldi che ci ho impiegato ma.. ritengo comunque che stessero esagerando.

Ci sono state delle occasioni in cui ho portato preparato loro dei dolci. Carnevale, Natale, per festeggiare l’inizio delle vacanze.
Non lo avessi mai fatto.
“Prof, sa pure cucinare?? NOOO, cioè, lei è la donna da sposare”
Questo me lo disse lo studente malefico, lui.
E’ una cosa che mi ha ripetuto più volte nel corso dell’anno.
“Che aspetta a chiederle di sposarlo?” mi chiedeva un altro, un biondino.
“Ma chi?” facevo, cadendo dalle nuvole.
“Il suo ragazzo…non capisco, cosa aspetta a chiederle la mano? Lei è perfetta”
“Ma chi si vuole sposare, darling?” rispondevo inorridita.
“Appunto: proprio per questo è perfetta”
A parte gli scherzi, a prescindere dai complimenti sull’aspetto fisico, i quali poco mi interessavano e lasciavano il tempo che trovavano perché ora parliamoci chiaro, è sin troppo facile far colpo su ventenni che probabilmente mi vedevano più come una panterona milf che li bacchettava che come una docente vera e propria; ma vogliamo parlare di quelli sul mio operato?
Vedere che ti sbatti e ti fai il culo e il tuo sforzo viene compreso e accettato, e che tanti casi persi riescono a risalire dalla fogna e a migliorare grazie al tuo aiuto, mi riempiva il cuore di gioia, e si, mi faceva sentire realizzata. Non l’ho mai fatto per il mio ego, lo facevo per dedizione, ma non posso nascondere che mi faceva sorridere dentro vedere che apprezzassero il mio impegno.

Intanto il tempo passava, e lo studente restava lo studente, e io la docente di lingue.

 

Ottobre 2015: a first approach

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L’iniziale antipatia che provavo verso lo studente fastidioso sempre pieno di domande scomode, si è poi sciolta e trasformata in stima. Stima reciproca, devo dire.

In una scuola privata, d’altronde, i casi umani sono molti, e nel marasma di gente maleducata, rissosa,  con lo stesso quoziente intellettivo di un pesce rosso e lo stesso interesse verso lo studio che io posso avere verso il punto croce- quindi, NULLO- riuscire a trovare persone educate, volenterose, capaci e davvero interessate allo studio, bhe, è davvero un miracolo, di conseguenza, le poche perle rare che avevo, inevitabilmente finivano per darmi quel tocco di motivazione in più e rischiarirmi la giornata, mentre gli altri, che dire, contribuivano a rabbuiarmela.

Se ci ripenso ora, specie i primi tempi, certe litigate che mi sembrava di uscire matta. Le ragazze, specie. Di una strafottenza e cafonaggine da record. Alcune erano talmente svogliate che a malapena trovavano la voglia di respirare, figurati di studiare o seguire, ed oltre ad essere ignoranti come una scarpa, erano pure di una maleducazione allucinante. Se non vuoi seguire va bene, rimarrai ignorante a vita, posso farmene una ragione, la cultura non è mai stata per tutti, ma, per dio, quantomeno non parlarmi sopra e permetti a chi vuole ascoltare di farlo senza mandarmi a puttane l’intera lezione con le tue moine da superdonna isterica.

Sarebbe stato da sbatterle al muro, invece dovevo contenermi a appiattirle contro il banco con la forza della mia voce e annichilirle con tutta la schiacciante personalità e il savoir faire di cui fossi capace per far ben capire loro chi diavolo è che comandava là dentro e riuscire ad avere quel minimo di rispetto e decenza che ci vorrebbe in ogni classe, nonché in ogni contesto sociale civile.

Col tempo, sarei riuscita a comprarmi anche la loro fiducia e il loro silenzio, e persino a volergli bene. Solo che all’epoca ancora non lo sapevo.

Nonostante gli scleri, le alzate di voce, e le madonne, insegnare cominciava a piacermi. Col tempo imparavo a saper conquistare ognuno di loro in modo diverso, a saper come prenderli, ogni alunno era dannatamente particolare e dovevo usare approcci e metodi completamente differenti per riuscire ad ottenere l’attenzione e i risultati necessari.

Riuscire a trasmettere qualcosa di mio mi stimolava, specie quando vedevo che la classe era ricettiva e invogliata, cosa ahimè davvero rara. Di conseguenza, mi sentivo soddisfatta solo se a fine lezione ero riuscita ad insegnare qualcosa, era diventata la mia missione, con le buone o con le cattive.

Mi svegliavo col sorriso dopo tanto tempo.