Aprile 2016: Was it casual or not?

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In classe, alla fine dell’ora, spesso gli studenti coi quali avevo più confidenza cominciavano a parlare di cosa avrebbero combinato nel w.e. (ovvero, danni), e presero l’abitudine di buttarmi là come niente fosse mille proposte con la speranza che anche io passassi per i loro stessi lidi. Fortunatamente molti di loro, fra i quali lo stesso Studente Malefico, non erano della mia stessa città, quindi avevo meno possibilità di beccarli in giro; ma proprio per questo mi chiedevano insistentemente, perché, nel caso in cui io mi fossi fatta malauguratamente sfuggire i miei piani, loro sarebbero casualmente passati per lì…

Una mattinata d’aprile uno di loro mi chiese alla fine della lezione cosa avrei fatto quella sera, se per caso ci saremmo beccati in giro o no, per sbolognarmelo dissi frettolosamente “sì, sì, certo”; avevo furbamente imparato che se non volevo domande insistenti e lagne inutili bastava chiosare con garbo e buttarla là sul vago. Mentre rispondevo al tipo avevo notato che lo Studente era rimasto ad ascoltare immobile senza proferire parola.

Quel venerdì uscii con un gruppo di amici a tarda serata, erano le undici e mezzo passate.

Mentre sorseggiavo la mia birra, fra un risata e l’altra, riflettevo sul fatto che proprio lo studente che mi aveva fatto la domanda non c’era (che culo), e sicuramente non avrei beccato l’altro (ma figurati), era di un altro paese e non aveva mai frequentato la mia città (la prima volta ed unica volta era stata appunto per la cena dei cento giorni), quindi mi sarebbe apparso alquanto strano vederlo passeggiare come niente fosse per quelle vie…proprio quella sera là.

Poi vedo una mia alunna, e fin lì niente di che. Noto un cappellino da baseball della NY fra le folla e rifletto sul fatto che ce l’ha uguale al mio ragazzo, e mentre formulo questo pensiero astratto il tipo si gira e mi pare di conoscerlo. Aspetta un attimo, la mente mi si focalizza sulla serata in discoteca di qualche mese prima. Un suo amico. Sposto gli occhi. E lì vicino, lui.

Ho fatto finta di niente. Ho temporeggiato. Ma dentro mi sentivo un po’ ribollire.

Sarà casuale che proprio l’unica sera in cui dico dove sono si fà trovare lì davanti?- mi chiedo un po’ spiazzata. Loro mi riconoscono e cominciano a sgomitare. Mi salutano e io mi giro con un “Ancora??”. Ridacchiano. Si fanno avanti. “Ragazzi, mo basta però, ultimamente mi pare ci incontriamo un po’ troppo spesso, eh!”, dico esasperata, e non a torto.

“Che ci fate proprio qui?”

“Ma niente, siamo venuti a fare un giro…”

“Non vi avevo mai visto da queste parti…”

“Eh, un’improvvisata…” e già mi immagino la scena di lui che trascina gli amici come io avevo trascinato mia cugina in discoteca. Scuoto la testa scacciando i pensieri decisamente troppo fantasiosi e pretenziosi.

“Insomma che fate?”

“Eh, stavamo giusto andando via, prof…” mi dice schivando i miei occhi.

“Ah sì?”

Infatti sono rimasti altri due ore.

“Ci prendiamo una birra qui, prof?”

“No, aspè, andiamo al pakistano, hanno le Peroni da 65 cl  a due euro”

Ride.

“Prof, lo vede che è proprio una donna da sposare?”

“Vabbè per così poco” rido.

“Per tutto, e anche per questo”.

MAH.

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Quell’episodio è stato uno spartiacque.

Per me, era la conferma del fatto che quello che avevo osato pensare fosse vero.

Non me le ero dunque sognate le sue piccole attenzioni in classe, i sorrisini, i complimenti buttati là…

Fra le dichiarazioni di una sua compagna di classe e questo, cominciavano a tornarmi le cose. Più che tornarmi, erano ripeto conferme di cose che già immaginavo.

(Ps: Qualche mese dopo avremmo parlato dell’episodio e avrei invece scoperto che non erano cose così scontate… ma questa è un’altra storia.)

Ripetizioni private

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Il lunedì seguente all’incontro dei cento giorni, lo studente mi ricontatta per fissare la data delle lezioni private di spagnolo.

Sapeva che oltre alla scuola facevo ripetizioni, ed essendo tremendamente indietro in quella materia, mi aveva più volte supplicato in quei mesi di poterlo fare. Durante tutto l’anno avevo rifiutato la sua come altre richieste dei miei studenti, non che due soldi in più mi facessero schifo; ma non mi sembrava corretto nei loro confronti, già pagano fior di quattrini nelle private, non ritenevo giusto spendessero oltre né lui ne altri per un servizio che in teoria gli doveva essere garantito dalla scuola stessa. Chiedemmo in presidenza più ore, svariate volte, ma non ne misero, quindi ad un certo punto all’ennesima e-mail di disperazione, insofferenza e scazzo accumulato; acconsentii e ci mettemmo d’accordo.

Lo accolsi a casa nel mio studio. Dopo aver vissuto anni da sola nella mia città universitaria, avendo trovato lavoro nella mia città natale ero tornata temporaneamente a vivere a casa. Ma i miei quei giorni non c’erano. Mi sembrava una cosa losca quasi fatta apposta ma sapevo che erano solo gli scherzi del cervello, perché da me ricevevo puntualmente persone di ogni età e sesso per far loro ripetizioni, e spesso eravamo da soli senza che mi venisse il minimo scrupolo, anzi, è ancora meglio per favorire la concentrazione e l’empatia.

Naturalmente arrivò in ritardo. E ovviamente lo cazziai.

Ricordo ancora che lo dovetti andare a prendere nel parcheggio fuori casa perché non sapeva se aveva trovato la via giusta o meno. Massì dai, facciamoci pure vedere da tutto il condominio!

Con tutto il via vai che c’era con le ripetizioni, come minimo avranno pensato che mi infrattavo coi minorenni* non appena i miei mi lasciavano campo libero.

*nel suo caso maggiorenni, dai!

Paranoie a parte, entriamo e per stemperare la cosa e metterlo a suo agio gli offro un caffè. L’orario era quello giusto, dopo pranzo.

Parliamo di tutto un po’, della scuola, delle sue preoccupazioni per la materia, cerco di rassicurarlo e di spronarlo ad andare avanti senza troppe paure per l’esame di stato. Si lasciava sempre andare con me e mi raccontava i suoi pensieri, le sue ansie, come molti altri ragazzi della scuola mi vedevano più come una psicologa o una sorella maggiore che come una docente col coltello dalla parte del manico di cui aver paura.

Poi siamo andati a fare lezione.

Io sono stata sempre iper professionale, abbiamo letto e tradotto brani e fatto esercizi come nulla fosse, cercavo di trattenermi come un budda indiano in alto stato di concentrazione ogni qual volta mi veniva da ridacchiare come una scema perché, parliamoci chiaro, l’ultima volta che ci eravamo visti eravamo entrambi sbronzi, affiatati, con l’occhietto vispo indagatore di chi si sta conoscendo e ci scrutavamo come due orsetti curiosi.

Della serie che a forza di trattenere i sorrisini di imbarazzo ogni qual volta la mente mi tornava all’episodio e alla rivelazione della mia studentessa (“E’ innamorato di lei, prof!”) mi si era paralizzata la faccia, per dio.

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Ma lui non era altrettanto furbo né bravo a farlo e ogni tre per due gli partiva una risatina immotivata, un sorriso, una battutina, e abbassava gli occhi sul foglio cercando di smorzare la cosa.

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MMM, che stress.

Poi niente, mentre parlavamo delle varietà dello spagnolo parlato in latinoamerica, come niente fosse gli è partita la scia dei ricordi della serata trascorsa assieme e via, non si è più trattenuto e ha cominciato a raccontare gli episodi uno ad uno, ridendo, facendomi ridere a mia volta, snocciolandoli.

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Ci siamo ricomposti e abbiamo finito la lezione. Di un’ora ne avremo fatte due, ma vabbè.

Ho salutato, mi sono chiusa la porta dietro le spalle e la mia mente è volata alla serata in preparazione con le amiche.

Marzo 2016: unexpected revelations

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Lo studente ad un certo punto mi chiede di fargli lezioni private di spagnolo.

Fra lo scambio di e-mail e l’appuntamento a casa mia passò circa una settimana.

In mezzo ci furono i cento giorni. Sapete no, in quinto si suole festeggiare i cento giorni all’esame di maturità con cene, gite o giù di lì. Più che altro è una flebile scusa per sbronzarsi fino alla morte, da quel che ricordo io.

Gli alunni mi avevano più volte chiesto di andar con loro, qualsiasi fosse la loro scelta o destinazione, cosa che avevo chiaramente rifiutato-mi era ampiamente bastato l’incontro in discoteca.

Una sera esco con mia cugina, fra parentesi, non era nemmeno il giorno in cui si festeggiano i cento giorni, avevo sentito che volevano organizzare una cena in tal posto e quindi, anche se avevo voglia di andare a mangiare fuori da qualche parte, per sicurezza schivai non solo qualsiasi ristorante, ma addirittura evitai di uscire nella zona incriminata, così, tanto per evitare spiacevoli incontri.

Appena uscite, e dico, appena uscite, stiamo camminando per una via quando molto più avanti a me, fra la folla, intravedo due tre volti noti. Delle mie alunne. Subito associo la cosa ai cento giorni e, contrariamente a quanto fin’ora avevo sempre fatto-per educazione ero solita salutare gli studenti se li beccavo in giro-, cambio repentinamente rotta e mi infilo nel primo bar che trovo, sbuffando.

Mia cugina mi segue chiedendo delucidazioni. Non faccio in tempo a dire:

“Lascia fare, ci sono quei teppisti dei miei st..” che:

“PROF!!!” e mi sento tirare indietro direttamente dal cappuccio della giacca. Cioè, mi avevano letteralmente inseguita e assaltata.

Faccio per girarmi alquanto infastidita e:

“Prof, ha fatto finta di non vederci??”

“Ehm, ma no, io…”

“E’ letteralmente fuggita via!”

“Veramente io…”

“Dove va di bello??” e insomma, mi bloccano all’entrata del locale e cominciamo a parlare.

Due nano secondi dopo arriva lui. Lo studente malefico, of course. Mi vede e mi saluta contento come una pasqua. E’ felicissimo e ubriachissimo. Alla fine sentendomi un po’ una merdina per averli dribblati mi fermo a fare due chiacchiere, e mi convincono, per non dire trascinano, a prenderci qualcosa da bere tutti insieme per brindare ai cento giorni dall’esame.

La serata è stata strana. Ho subito rimproverato lo studente perché era ridotto davvero male. Non che io sia una santa, eh, però jesus, un po’ di sano equilibrio. E poi doveva anche guidare. Ero preoccupata per la sua sicurezza. Mi sentivo tanto mamma chioccia. Lui ha cercato in tutti i modi di offrirmi da bere ma ho eluso l’offerta sino alla fine. Non nel senso che non abbia bevuto. A fine serata  ero forse più sbronza io di lui. Nel senso che non mi sono fatta offrire niente.

Arriviamo al bancone e insiste con veemenza:

“No”

“Ma perché no?”

“Non ti preoccupare, non serve che mi offri da bere, davvero”

“Che c’entra? Io voglio offrirle da bere, è diverso”

“Questo l’ho capito. No, grazie, faccio da sola, non serve”

“Non serve a cosa, mi scusi? Se lo faccio è perché ho il piacere di offrirle da bere, non così, tanto per…”

Ma tanto alla fine mi sono impuntata e ho pagato da sola. Dicevo che è stata una serata strana. Siamo stati bene, ho passato allegramente del tempo con tutti, anzi, ho passato gran parte della serata soprattutto con le mie alunne, abbiamo riso e scherzato tutti insieme. Mentre ci stiamo riavviando verso casa due ragazze, complice la vicinanza e l’alcool in corpo, cominciano a lasciarsi andare e a dirmi quanto si trovino bene con me proprio per come sono, perché al di là della docenza io li faccia sentire a loro agio anche in una serata così, inaspettata ma piacevole, la solita storia che si vede che sono una tipa in gamba e non una vecchia dentro e bla bla e cominciano a paragonarmi con l’altra insegnante mia coetanea che però ha tutt’altra mentalità (“prof quella è la classica casa e chiesa il cui unico obbiettivo di vita è farsi mettere l’anello al dito e ingravidare”, parole loro). Finiamo sul discorso degli studenti maschi che fanno i provoloni là dentro e ne dicono dietro di ogni. Cerco di sminuire la cosa, dicendo che è normale, che a loro basta che non si presenti la classica megera che puzza di stantio ma una poco più giovane e di mentalità più aperta di un ottantenne che non ci capiscono più niente, ma lei attacca No no prof, la apprezzano proprio tutti, davvero!, e poi lo dice, chiaro e tondo:

“Lo studente, poi, è proprio innamorato di lei…”

COSA?

“Ma no, che c’entra, è solo perché sono giovane, su..” cerco di smontare.

“No no prof, lui la stima proprio, non fa altro che dire che è una ragazza tanto intelligente e in gamba, le piace come persona, non sono i classici commenti stupidi sull’aspetto fisico..”

“Vabè ma dai, quelli me li fa anche Tizio, e poi anche Caio e Sempronio, ma mica vuol dire…”

“NO PROF, Tizio e Caio perché sono così, lo fanno tanto per fare gli scemi, invece studente è proprio innamorato, mi dia retta..”

“Ma quale innamorato, è presissimo della ragazza, lo dice sempre, e si vede, cioè..”

“Vabè la ragazza sarà la ragazza, ma anche con lei non scherza, eh..” mi ha interrotto.

“Ma che non te n’eri accorta?” le fa eco mia cugina.

“Ragazze su non esageriamo, la sua al massimo è la classica infatuazione che hanno anche tutti gli altri, né più ne meno, e niente di più, dai!”

“Massì sarà una cotta, però lo è”, mi ribadisce l’alunna.

Torno a casa confusa e brilla, non so se per l’alcool o le rivelazioni inaspettate.

Quella sera la conversazione con l’alunna mi mise ancora di più la pulce nell’orecchio.

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Febbraio 2016:the meeting at the disco

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Poi ci fu l’incontro in discoteca.

Totalmente casuale, eh.

Ero venuta a sapere dallo studente che se ne andava a ballare in un determinato posto, e ci trascinai senza troppi preamboli mia cugina. Ripeto, del tutto casuale.

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Vabbè dai su, a parte gli scherzi, vi spiego meglio come è andata, potete anche abbassare il vostro sopracciglio accusatorio.

La realtà è che da un po’ di tempo mi andava di farmi una serata da qualche parte, ed ero venuta a sapere di questa nuova discoteca che aveva appena aperto e avevo intenzione di andarci quel fine settimana. A fine lezione, quel venerdì, premettendo che ormai si era creato un certo clima di confidenza e che loro erano soliti parlarmi di ciò che avrebbero combinato nel w.e.; chiesi per scrupolo delucidazioni su quali fossero gli eventi appetibili in giro, dato che sicuramente essendo quello il loro unico scopo di vita ne sapevano qualcuna in più di me; e infatti, due tre di loro mi resero edotti delle varie serate che c’erano in giro. Lo studente malefico tuonò con grande entusiasmo che aveva una festa dei diciotto anni (diciotto, per dio!!arrestatemi, plz..) di un amico in tal posto, un altro che andava da un’altra parte, eccetera. Ad un certo punto ricollegai che il nome del posto dove sarei voluta andare aveva lo stesso nome di quello che mi aveva appena nominato lo studente malefico, e d’istinto dissi:

“No vabè, mi hai appena rovinato il w.e., avevo intenzione di andar lì, ma ora eviterò accuratamente”, e il bello è che lo pensavo davvero, lì per lì. Le ultime parole famose…

Chiaramente se già aver fatto una domanda innocente a scopo puramente informativo aveva comportato che ognuno di loro avesse premuto l’acceleratore cercando di rendermi il più appetibile possibile il posto dove andavano per invogliarmi ad andare lì, quest’ultima confessione caricò lo studente ancora di più, e cercò di convincermi. Io chiaramente chiosai, e tornai a casa pensando che non ci volevo più andare.

Ma non ci volevo, o piuttosto, non ci potevo andare?

Quali obblighi morali mi frenavano, in fondo?

La verità era che rosicavo dentro perché mi rodeva rinunciare ad una serata per il semplice fatto che uno di loro era lì. Cosa che mi fecero notare anche altre persone accanto a me.

In effetti, per tutti quei mesi ero rimasta terrorizzata all’idea di poter incontrare i miei studenti in giro (cosa che era chiaramente successa), e, ogni volta che uscivo, prima di portare la pinta di birra alle labbra mi guardavo guardinga in giro peggio di una sentinella. Gli amici si erano un po’ rotti di tutte queste mie stupide paranoie, alla fine non stavo ammazzando nessuno e avevo diritto anche io alla mia vita sociale. Sostenuta da questa mia nuova filosofia di vita, decisi coraggiosa di andare comunque, seppur con qualche remora.

Alla fine il posto era grande, non ci saremmo necessariamente beccati.

E infatti, per tutta la serata le nostre strade non si erano incrociate. Erano ormai quasi le tre e mi ero goduta la mia serata, quando per riprendere un po’ d’aria dalla folla ho scavalcato il buttafuori di turno per salire nello spiazzo dedicato ai tavolini.

Ho fatto due gradini e mi è caduto l’occhio sui divanetti poco più avanti a me.

CAZZO” ho pensato mentre un guizzo mi attraversava il cervello e d’istinto mi sono subito rigirata aggrappandomi alla ringhiera del palco come nulla fosse, seguita da mia cugina.

Siamo rimaste a respirare lì, sopra la folla, mentre mi dicevo che forse non era stata proprio una buona idea venire lì come niente fosse, se ora non mi andava nemmeno di salutarlo.

Mi aveva visto?

Oh sì, che mi aveva visto. Ero sicura che ora già stava sgomitando con tutta la cricca.

Ormai la frittata era fatta, fuggire non si poteva.

Mettono un pezzo che mi piace parecchio, quindi per un minuto mi dimentico della situazione e canto a squarciagola aggrappandomi a mia cugina come non ci fosse un domani, ma proprio mentre siamo rapite dalle note tutte abbracciate e agitiamo le mani al cielo…..mi sento toccare la spalla.

Mi giro-poco sorpresa a dir la verità- e:

“Prof, ma che ci fa qui?”

Lo studente sghignazza letteralmente sotto i baffi e si mette le mani in faccia come a dire oddio. Io recito la parte della persona stupita, oh ciao, ma allora sei qui, non ti avevo visto-come no!- e lo presento alla cugina.

“Aveva detto che non veniva, prof….” mi fa lui, maledetto serpente velenoso, adocchiandomi provocatore.

“Eh lo so, però avevamo già organizzato la serata e non mi andava di rinunciare…” ho ammesso io. E poi niente.

E poi ci siamo messi a parlare. E non la finivamo più.

E finché non mi sono staccata io, non mi mollava.

Abbiamo parlato di tutto, dai discorsi sul futuro, su quali erano le sue prospettive universitarie, ai problemi della scuola, ai discorsi sugli amici e la ragazza da dover lasciare trasferendosi da qualche parte…Mi ero sciolta, e parlando di come un tipo capace come lui fosse finito in quella scuola dove, obbiettivamente, c’erano solo persone che avevano seri problemi con lo studio e davvero poca voglia di studiare, per un attimo, complice l’alcool e la confidenza, gliel’ho proprio dovuto dire:

“E comunque, te lo devo dire, tu là dentro non c’entri proprio un tubo”, solo che anziché tubo, mi è uscita un’altra parola. Per poco non si schianta dalle risate. Mi sono vergognata come un gambero ma ormai era fatta.

“No vabbè prof, se è per questo pure lei non c’entra niente là dentro, è una gabbia di matti, se ne deve andare, può davvero aspirare ad altro nella vita, se lo merita, ha tutta la mia stima..”

E ancora giù coi discorsi seri e io a sequestrargli il bicchiere perché già lo vedevo mediamente sbronzo, peccato però che se ho un bicchiere in mano d’istinto mi venga da finirlo, così poi la sbronza son diventata io; finché ad un certo punto mi guarda con un sorriso sincero e mi fa:

“Prof, lo sa? Lei mi ha risollevato la serata…”

“…”

“No, sul serio, ero seduto là, scoglionato, non mi andava di ballare o di far niente, manco più di bere, quando ho visto lei…e non mi è parso vero..mi ha proprio svoltato la serata…”

“Ehm, grazie..”

Ed è a quel punto che ho troncato lì la conversazione e mi sono riseduta con mia cugina col pretesto delle gambe stanche.

Ero un po’ sbronza e mi stava girando la testa ma cercavo di non darlo a vedere-ci sarebbe mancato solo quello…

Appena ci siamo rialzate mi è venuto vicino.

Mentre chiacchieravamo, gli amici gli si sono fatti intorno incuriositi, così mi ha presentata.

“Questa è la mia professoressa di lingue, ragazzi”

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Mi hanno squadrato da capo a piedi. Devo premettere che avevo un vestito nero corto, i capelli lunghi sciolti e boccolosi, e il trucco non certo da educanda. Insomma, era il mio sabato sera, ovvio che non fossi nella mise mattutina e sobria che generalmente adottavo durante le lezioni.

“Cioè, lei è la tua prof?”

“Sì, ehm, piacere”

“Ma è troppo giovane, troppo….cioè dai, siam seri…”

“Non ce l’avevi mica detto che avevi una prof così, bastardo”

“Che gran culo che hai, bastardo due volte”

“Con una prof del genere, io andrei sempre a scuola”

“Ecco perché quest’anno frequenti sempre, paraculo”

Mi sono vergognata come un porco, ma ho cercato di minimizzare:

“Ma non mi sembra che invece sia una valida discriminante…” e invece sì che lo era, veniva sempre “le assenze le fa anche lui, eh..” dico riassumendo il ruolo da prof bacchettona.

“Prof non dica così, vengo sempre a scuola, lo sa”

Gli amici mi si sono fatti intorno, e uno di loro piuttosto ubriaco nel parlarmi per poco non mi viene sopra, al che io faccio un passo indietro per mettere un po’ di distanza ma tanto ci aveva già pensato lo studente che mettendogli una mano sul petto lo blocca e lo tira indietro:

“Oooh, sta buono, eh”

E per qualche istante mi aveva lasciata da solo con un altro che mi stava tartassando di domande, ma vedendo che insisteva si è riavvicinato e lo ha interrotto:

“Ma ci stai provando con la mia prof?”

E l’ha allontanato.

E niente, poi li abbiamo salutati e siamo andate via. Facendomi promettere che non avrebbe fatto il gradasso cogli altri in classe vantandosi di aver beccato la prof in giro. E devo dire che la promessa l’ha mantenuta.

Ma così si era già creato un piccolo segreto da mantenere, una cosa di cui sapevamo soltanto noi due. Era una cosa stupida, dal contenuto irrilevante, eppure era proprio il fatto di condividere un qualcosa di privato, che era successo, che lo rendeva strano, e gli dava quel qualcosa in più.

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Gennaio 2016: assonanze non richieste

complicità.pngTornare a scuola dopo le vacanze natalizie non fu così traumatico come credevo.

Le prime due ore avevo avuto altre sezioni, così lo beccai uscendo dall’aula al cambio dell’ora. Nel vedermi lo studente sorpreso (ma di cosa?) tirò fuori il suo sorriso più bello e mi accolse reattivo e compiaciuto facendomi le feste come un simpatico cagnolino:

“OOOOH, bentornata, prof!!! Buon anno, eh!”

Gli mancavano giusto la coda e le orecchie.

Ma gli brillavano gli occhi.

O forse ero io che ci vedevo doppio e dovevo ancora smaltirla da Capodanno.

Sta di fatto che l’anno era ricominciato e io cominciavo a notare, per così dire, delle assonanze.

Su cosa?

Oh bhe, riguardo svariate cose.

Poteva essere un punto di vista. Un’idea politica condivisa.

La stessa musica. Un artista che avevo dimenticato e che lui mi aveva ricordato, uno che ascoltavo alla sua età.

Poi scoprii anche che avevamo fatto lo stesso sport e che era mezzo daltonico.

Come un mio ex.

Questa devo dire che fu proprio una coincidenza particolare che mi turbò. Più che altro perchè ricollegai come tutto era cominciato con quel tipo, proprio dal nulla come sembrava essere con lui.

Cercai tuttavia di ignorare la buffa analogia.

Insomma, delle cose in comune.

Molto tempo dopo, le avrei interpretate come dei segni. Come piccoli segni del destino che mi avevano indicato la via (quella sbagliata, s’intende). Anche se io sostanzialmente non credo in nulla, tanto meno nel fato. Ma per ora le vedevo come delle piccole assonanze, nulla di più.

Che però bho, mi avevano messo la pulce nell’orecchio. Sai quando incontri una persona e man mano che la conosci noti via via sempre una cosa in più che ti fa pensare, Oddio, ma anche questo condividiamo?, e che ti fa pensare che quell’individuo non sia stato messo lì per caso?

Dicevamo della pulce nell’orecchio. Una pulce che per ora non era fastidiosa. Era solo un sorridere dentro notando delle cose a cui nessuno faceva caso tranne me.

Pero c’era.

E mi faceva rimuginare…

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Maldita seas tú, pulga…