Ripetizioni private

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Il lunedì seguente all’incontro dei cento giorni, lo studente mi ricontatta per fissare la data delle lezioni private di spagnolo.

Sapeva che oltre alla scuola facevo ripetizioni, ed essendo tremendamente indietro in quella materia, mi aveva più volte supplicato in quei mesi di poterlo fare. Durante tutto l’anno avevo rifiutato la sua come altre richieste dei miei studenti, non che due soldi in più mi facessero schifo; ma non mi sembrava corretto nei loro confronti, già pagano fior di quattrini nelle private, non ritenevo giusto spendessero oltre né lui ne altri per un servizio che in teoria gli doveva essere garantito dalla scuola stessa. Chiedemmo in presidenza più ore, svariate volte, ma non ne misero, quindi ad un certo punto all’ennesima e-mail di disperazione, insofferenza e scazzo accumulato; acconsentii e ci mettemmo d’accordo.

Lo accolsi a casa nel mio studio. Dopo aver vissuto anni da sola nella mia città universitaria, avendo trovato lavoro nella mia città natale ero tornata temporaneamente a vivere a casa. Ma i miei quei giorni non c’erano. Mi sembrava una cosa losca quasi fatta apposta ma sapevo che erano solo gli scherzi del cervello, perché da me ricevevo puntualmente persone di ogni età e sesso per far loro ripetizioni, e spesso eravamo da soli senza che mi venisse il minimo scrupolo, anzi, è ancora meglio per favorire la concentrazione e l’empatia.

Naturalmente arrivò in ritardo. E ovviamente lo cazziai.

Ricordo ancora che lo dovetti andare a prendere nel parcheggio fuori casa perché non sapeva se aveva trovato la via giusta o meno. Massì dai, facciamoci pure vedere da tutto il condominio!

Con tutto il via vai che c’era con le ripetizioni, come minimo avranno pensato che mi infrattavo coi minorenni* non appena i miei mi lasciavano campo libero.

*nel suo caso maggiorenni, dai!

Paranoie a parte, entriamo e per stemperare la cosa e metterlo a suo agio gli offro un caffè. L’orario era quello giusto, dopo pranzo.

Parliamo di tutto un po’, della scuola, delle sue preoccupazioni per la materia, cerco di rassicurarlo e di spronarlo ad andare avanti senza troppe paure per l’esame di stato. Si lasciava sempre andare con me e mi raccontava i suoi pensieri, le sue ansie, come molti altri ragazzi della scuola mi vedevano più come una psicologa o una sorella maggiore che come una docente col coltello dalla parte del manico di cui aver paura.

Poi siamo andati a fare lezione.

Io sono stata sempre iper professionale, abbiamo letto e tradotto brani e fatto esercizi come nulla fosse, cercavo di trattenermi come un budda indiano in alto stato di concentrazione ogni qual volta mi veniva da ridacchiare come una scema perché, parliamoci chiaro, l’ultima volta che ci eravamo visti eravamo entrambi sbronzi, affiatati, con l’occhietto vispo indagatore di chi si sta conoscendo e ci scrutavamo come due orsetti curiosi.

Della serie che a forza di trattenere i sorrisini di imbarazzo ogni qual volta la mente mi tornava all’episodio e alla rivelazione della mia studentessa (“E’ innamorato di lei, prof!”) mi si era paralizzata la faccia, per dio.

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Ma lui non era altrettanto furbo né bravo a farlo e ogni tre per due gli partiva una risatina immotivata, un sorriso, una battutina, e abbassava gli occhi sul foglio cercando di smorzare la cosa.

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MMM, che stress.

Poi niente, mentre parlavamo delle varietà dello spagnolo parlato in latinoamerica, come niente fosse gli è partita la scia dei ricordi della serata trascorsa assieme e via, non si è più trattenuto e ha cominciato a raccontare gli episodi uno ad uno, ridendo, facendomi ridere a mia volta, snocciolandoli.

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Ci siamo ricomposti e abbiamo finito la lezione. Di un’ora ne avremo fatte due, ma vabbè.

Ho salutato, mi sono chiusa la porta dietro le spalle e la mia mente è volata alla serata in preparazione con le amiche.

Marzo 2016: unexpected revelations

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Lo studente ad un certo punto mi chiede di fargli lezioni private di spagnolo.

Fra lo scambio di e-mail e l’appuntamento a casa mia passò circa una settimana.

In mezzo ci furono i cento giorni. Sapete no, in quinto si suole festeggiare i cento giorni all’esame di maturità con cene, gite o giù di lì. Più che altro è una flebile scusa per sbronzarsi fino alla morte, da quel che ricordo io.

Gli alunni mi avevano più volte chiesto di andar con loro, qualsiasi fosse la loro scelta o destinazione, cosa che avevo chiaramente rifiutato-mi era ampiamente bastato l’incontro in discoteca.

Una sera esco con mia cugina, fra parentesi, non era nemmeno il giorno in cui si festeggiano i cento giorni, avevo sentito che volevano organizzare una cena in tal posto e quindi, anche se avevo voglia di andare a mangiare fuori da qualche parte, per sicurezza schivai non solo qualsiasi ristorante, ma addirittura evitai di uscire nella zona incriminata, così, tanto per evitare spiacevoli incontri.

Appena uscite, e dico, appena uscite, stiamo camminando per una via quando molto più avanti a me, fra la folla, intravedo due tre volti noti. Delle mie alunne. Subito associo la cosa ai cento giorni e, contrariamente a quanto fin’ora avevo sempre fatto-per educazione ero solita salutare gli studenti se li beccavo in giro-, cambio repentinamente rotta e mi infilo nel primo bar che trovo, sbuffando.

Mia cugina mi segue chiedendo delucidazioni. Non faccio in tempo a dire:

“Lascia fare, ci sono quei teppisti dei miei st..” che:

“PROF!!!” e mi sento tirare indietro direttamente dal cappuccio della giacca. Cioè, mi avevano letteralmente inseguita e assaltata.

Faccio per girarmi alquanto infastidita e:

“Prof, ha fatto finta di non vederci??”

“Ehm, ma no, io…”

“E’ letteralmente fuggita via!”

“Veramente io…”

“Dove va di bello??” e insomma, mi bloccano all’entrata del locale e cominciamo a parlare.

Due nano secondi dopo arriva lui. Lo studente malefico, of course. Mi vede e mi saluta contento come una pasqua. E’ felicissimo e ubriachissimo. Alla fine sentendomi un po’ una merdina per averli dribblati mi fermo a fare due chiacchiere, e mi convincono, per non dire trascinano, a prenderci qualcosa da bere tutti insieme per brindare ai cento giorni dall’esame.

La serata è stata strana. Ho subito rimproverato lo studente perché era ridotto davvero male. Non che io sia una santa, eh, però jesus, un po’ di sano equilibrio. E poi doveva anche guidare. Ero preoccupata per la sua sicurezza. Mi sentivo tanto mamma chioccia. Lui ha cercato in tutti i modi di offrirmi da bere ma ho eluso l’offerta sino alla fine. Non nel senso che non abbia bevuto. A fine serata  ero forse più sbronza io di lui. Nel senso che non mi sono fatta offrire niente.

Arriviamo al bancone e insiste con veemenza:

“No”

“Ma perché no?”

“Non ti preoccupare, non serve che mi offri da bere, davvero”

“Che c’entra? Io voglio offrirle da bere, è diverso”

“Questo l’ho capito. No, grazie, faccio da sola, non serve”

“Non serve a cosa, mi scusi? Se lo faccio è perché ho il piacere di offrirle da bere, non così, tanto per…”

Ma tanto alla fine mi sono impuntata e ho pagato da sola. Dicevo che è stata una serata strana. Siamo stati bene, ho passato allegramente del tempo con tutti, anzi, ho passato gran parte della serata soprattutto con le mie alunne, abbiamo riso e scherzato tutti insieme. Mentre ci stiamo riavviando verso casa due ragazze, complice la vicinanza e l’alcool in corpo, cominciano a lasciarsi andare e a dirmi quanto si trovino bene con me proprio per come sono, perché al di là della docenza io li faccia sentire a loro agio anche in una serata così, inaspettata ma piacevole, la solita storia che si vede che sono una tipa in gamba e non una vecchia dentro e bla bla e cominciano a paragonarmi con l’altra insegnante mia coetanea che però ha tutt’altra mentalità (“prof quella è la classica casa e chiesa il cui unico obbiettivo di vita è farsi mettere l’anello al dito e ingravidare”, parole loro). Finiamo sul discorso degli studenti maschi che fanno i provoloni là dentro e ne dicono dietro di ogni. Cerco di sminuire la cosa, dicendo che è normale, che a loro basta che non si presenti la classica megera che puzza di stantio ma una poco più giovane e di mentalità più aperta di un ottantenne che non ci capiscono più niente, ma lei attacca No no prof, la apprezzano proprio tutti, davvero!, e poi lo dice, chiaro e tondo:

“Lo studente, poi, è proprio innamorato di lei…”

COSA?

“Ma no, che c’entra, è solo perché sono giovane, su..” cerco di smontare.

“No no prof, lui la stima proprio, non fa altro che dire che è una ragazza tanto intelligente e in gamba, le piace come persona, non sono i classici commenti stupidi sull’aspetto fisico..”

“Vabè ma dai, quelli me li fa anche Tizio, e poi anche Caio e Sempronio, ma mica vuol dire…”

“NO PROF, Tizio e Caio perché sono così, lo fanno tanto per fare gli scemi, invece studente è proprio innamorato, mi dia retta..”

“Ma quale innamorato, è presissimo della ragazza, lo dice sempre, e si vede, cioè..”

“Vabè la ragazza sarà la ragazza, ma anche con lei non scherza, eh..” mi ha interrotto.

“Ma che non te n’eri accorta?” le fa eco mia cugina.

“Ragazze su non esageriamo, la sua al massimo è la classica infatuazione che hanno anche tutti gli altri, né più ne meno, e niente di più, dai!”

“Massì sarà una cotta, però lo è”, mi ribadisce l’alunna.

Torno a casa confusa e brilla, non so se per l’alcool o le rivelazioni inaspettate.

Quella sera la conversazione con l’alunna mi mise ancora di più la pulce nell’orecchio.

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