May 2016:The argument

stressed-out-women

E invece, proprio sul più bello, arrivò la mega litigata.

L’antefatto è semplice: stavamo facendo letteratura, proprio su un argomento che lui, lo studente malefico, mi aveva espressamente pregato di affrontare, dato che avrebbe dovuto svilupparlo sulla tesina agli esami di maturità, e io per tutta risposta gli avevo gentilmente concesso una lezione intera o anche due su questo autore moderno alquanto complicato che altrimenti si sarebbe dovuto studiare da solo. Ok, era una dissertazione utile a tutti, ma era chiaramente un favore: un conto è procurarti da solo il materiale su un determinato argomento-materiale che mi hai già detto che non hai-o provare maldestramente a riassumere da Wikipedia essendone sprovvisto; un altro è trovarti già il riassunto del libro, con la traduzione e la lettura fatta in classe, compreso di biografia dell’autore, contesto storico, filone filosofico attinente all’opera. Cosa tra l’altro che, per fugare ogni dubbio di favoritismo vi fosse venuto, avrei acconsentito a fare con qualsiasi altro studente me lo avesse chiesto, come avevo già fatto svariate volte durante l’anno. Sì, perché ora facciamo i seri, io trattavo sempre tutti alla stessa maniera, a prescindere da ogni flebile cazzata potesse sfarfallarmi nel cervello FUORI da quella scuola.

Ma lì dentro per me TUTTI erano uguali, non ho mai fatto differenza alcuna.

Addirittura chiamò la segreteria della scuola per chiedermi di poter spostare la tanto agognata e desiderata lezione alla seconda ora quella stessa mattina perché, ahimè, aveva avuto un imprevisto all’ospedale e, arrivando in ritardo, temeva di perderla. Bene, ora spostata, no prob, visto che serviva proprio a lui mi sembrava una cattiveria farla senza il diretto interessato…

Bene, questo andava specificato per chiarire meglio il mio disappunto quando, durante la stessa, mi sono ritrovata davanti uno studente che anziché ascoltare attentamente la benedetta lezione che serviva a lui, si è messo a cazzeggiare con il compagno di banco, ridendo, distraendosi nonostante lo riprendessi, e sostanzialmente, dimostrandomi un rispetto e una gratitudine pari allo zero.

Alla prima risata ho glissato. Alle seconda ho chiesto il silenzio. Alla terza mi sono cominciata indispettire, ma l’ho ripreso. Alla quarta pure, ma mi sono trattenuta, d’altronde era sempre stato uno studente modello e non aveva mai eccessivamente disturbato in classe. Ma se sbagliare è umano, reiterare è proprio stupido, oltre che diabolico, come ben sappiamo.

All’ennesima risatina, mi è partito un embolo assurdo.

E basta, l’ho ripreso, cazziato forte, definendolo sostanzialmente un maleducato ingrato. Le mie parole non sono state quelle, era un discorso più lungo simile a quello che ho fatto sopra, ma il concetto era quello.

E’ rimasto basito. Non se l’aspettava, era la prima volta che lo riprendevo così.

D’altronde, non ce n’era mai stato bisogno prima.

Cogli altri avevo fatto molto peggio. Ma con lui no. Ripeto, non mi aveva mai dato modo di incazzarmi così tanto.

Ma la sua reazione è stata pure peggio.

Sapevo avesse dei problemini a contenere la rabbia ma….

Lì per lì ha balbettato…poi ha strabuzzato gli occhi..infine ha cominciato a parlare, anzi urlare, come un indemoniato:

“Prof…ma che dice…Ma che CAZZO URLA??”

Credo di esser diventata viola, assumendo un’ espressione simile alla figlia de L’esorcista, perché nei fumi dell’incazzatura ho comunque visto gli altri alunni ritrarsi istintivamente indietro sui banchi.

“COSA..?”

Si è alzato dal banco, sbraitando:

“Io seguo sempre, non faccio mai casino, per una volta che…”

“Ma come ti permetti? Non mi interessa che segui sempre, proprio oggi dovevi stare a sentire, mi hai chiesto una lezione e te le sta facendo, abbi un minimo di rispetto e non ridermi di fronte alla faccia”

E’ diventato paonazzo, le vene gonfie sembravano scoppiare, si è mangiato le parole e si è zittito bofonchiando:

“Questo da lei prof…proprio non me lo aspettavo..” e mi ha guardato come a dire, ora sei sulla lista nera anche tu.

Mi sono inviperita ancora di più.

“Pure?? Che è, una minaccia??” Ma chi sei, Al Capone, per dio??

Ma non ho fatto a tempo a dire altro, perché in meno di mezzo secondo ha raccolto lo zaino e ha fatto per andarsene.

“Dove vai? Ti sembra questo il mondo di affrontare una discussione?”

“Vado via sennò è peggio….”

E ha infilato la porta.

In classe non volava una mosca.

Non so quale coraggiosa anima pia abbia preso la parola  e così ne abbiamo parlato cogli altri.

Alla fine un suo amico mi fa:

“Prof, ora non se la prenda così tanto, lo sa che non è cattivo, se n’è andato proprio per non far danni, proprio perché ha stima di lei, lo conosco, ha visto pure lei come fa quando scoppia, poi gli si acceca la ragione e non capisce più nulla, se poi restava scoppiava e rischiava di pentirsi delle cose che diceva…”

Io sono senza parole. Se uno ti riprende, specie se a ragione, devi imparare a stare zitto, sei come tutti gli altri, frega una ceppa a me se non lo hai mai fatto, quando lo fai ti becchi il cazziatone come tutti gli altri, chi sei il re di sto grancazzo che speri di farla liscia?

E invece no, anziché beccarsi lo “zitto” mi risponde pure sopra, e in quella maniera, poi..!

Rientrò alla lezione successiva, e fece come niente fosse.

Quello fu l’ultimo giorno che lo vidi a scuola.

Si può anche dire che io fossi l’unico legame che ancora lo teneva legato a quell’istituto, e una volta perso anche il rapporto con una delle poche prof che stimava là dentro-parole sue-, era come se non ci fosse più una buona ragione per continuare a seguire.

Odiava tutti, c’erano davvero tante pecche là dentro che non sto a spiegarvi, e tanti prof che non erano stimati, e così, se già era nelle sue intenzione rimanere a casa per cominciare a studiare per gli esami di maturità, quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Così passammo in un millesimo di secondo, nel giro di due parolacce e mezza madonna, da un rapporto che per un attimo era sembrato virare verso una complicità, ad un’estraneità assoluta, aggravata dal peso sordo delle brusche parole che ci eravamo urlati contro e da un mancato confronto finale fra persone civili e adulte.

Praticamente nei giorni successivi si parlò solo del tanto conclamato litigio e il “fattaccio” arrivò anche alle orecchie delle segretarie che mi chiesero esplicite delucidazioni da vere pettegole.

Le settimane passarono e lui non si ripresentò più  in classe.

Prima da parte mia ci fu la fase dell’incredulità, poi quella dell’arrabbiatura, infine arrivai ad una quieta accettazione della cosa e andai avanti cogli altri fregandomene.

Certo, mi dispiaceva la cosa fosse finita così, senza un chiarimento, e che il rapporto fra di noi si fosse concluso nel peggiore dei modi (e aspè, intendo seriamente un rapporto di stima e fiducia che c’era fra insegnante e alunno, perché prima di tutto, c’era un grande rispetto reciproco fra noi e come per me realizzare che anche uno dei pochi studenti educati che si salvava si era comportato da vero bullo come tutti gli altri,  come per lui avere un ultimo ricordo così brutto dell’unica docente di cui aveva riguardo, sicuramente non era stato bello…).

Ma gli esami si avvicinavano, il tempo passò e venni presto assorbita dalla preparazione per le tesine di maturità che mi inghiottirono in lunghe settimane di oblio in cui lavorai giorno e notte come una schiava, e non ebbi più tempo per pensieri secondari di questo tipo…

Dicembre 2015: weird questions to ask a teacher

ridichetipassa-53

Il cambiamento cominciava ad essere in atto.

A fine ottobre, la prima volta che lo studente malefico mi chiese:

“Dove va a ballare prof per Halloween? Se va lì, ci vengo anche io”, bhe, io rabbrividii disgustata e seriamente terrorizzata al pensiero che lui o un qualsiasi studente potesse beccarmi fuori dall’ambito scolastico con un bicchiere in mano in una qualsiasi discoteca a divertirmi con gli amici. E chiaramente, risposi infastidita negando, dato che sì, sarei andata proprio in quel posto,  e l’ultima cosa che volevo era trovarmi un alunno davanti magari mentre ero sbronza e vestita da apetta sexy, per dire.

Cacchio, leave me alone, mollatemi, fatemi staccare il cervello come si deve, dopo una settimana in quella gabbia di matti, volevo potermi divertire senza stare col pensiero che il giorno dopo quei guastafeste che mi avevano visto in giro facessero commenti inopportuni in classe.

Peccato solo che due mesi dopo, l’idea di incrociare uno di loro, già non mi terrorizzasse più. Stavo cambiando approccio, mi stavo sciogliendo, mi stavo aprendo di più verso di loro.

E alla domanda:

“Prof, ho due biglietti..Ci viene con me a vedere Mai Dire Gol?”, quasi mi è dispiaciuto dover dire di no. Cacchio, il mio programma preferito (ovviamente non era quello, ho censurato!)

Una delle prime domande che mi fece sempre lui, lo studente malefico, credo addirittura alla prima lezione, fu:

“Ma lei se l’è mai fatta una canna, prof?”

No no, guarda, il mio genere preferito è il reggae, ascolto solo Bob Marley tutto il giorno e Snoop Dog è un novellino rispetto a me…

“Ehm, non credo che questa domanda sia attinente con l’argomento della lezione…” ho farfugliato, incapace di negare l’evidenza. Che sfacciato, lui. E che tonta, io.

Chiaramente cominciarono subito a fare domande personali, alle quali ovviamente non davo loro la soddisfazione di rispondere, indagavano come piccoli Sherlock Holmes come se la mia vita fosse improvvisamente diventata oggetto dei loro studi. Io glissavo sempre, ma era ancora peggio, perché così sembrava volessi tirarmela e fare la misteriosa, invece volevo solo che si facessero gli affari loro e non volevo spiattellare i miei, ma poi mi resi conto che così sembrava che dovessi nascondere chissà quali arcani e  segreti, quindi alla fine mi arresi e scoprirono, fra le tante cose, che ero fidanzata.

“Nooo prof, lei ha il ragazzo??” ulularono a gran voce con facce deluse.

“Mannaggia” continuò lo studente malefico, e fece un gesto come a dire “eh, sennò…”.

Sennò un corno, gli avrei detto. Stai al tuo posto. E fly down, plz.

Sempre allora, eh. Che la mia scorza da dura cominciava ad ammorbidirsi e le barriere che avevo creato a cedere, pian piano… perchè bho, per quanto volessi mantenere le distanze, più stavo nel mondo degli adulti, lavoratori, ammogliati e annoiati, con prole a seguito e terribilmente ingrigiti, e assimilavo il loro modo di pensare, così terribilmente standardizzato e fatto a scadenza, più mi rendevo conto che ero più simile ai miei studenti che a loro. Solo che me lo tenevo per me. I miei studenti ancora erano pieni di vita, spensierati, spericolati, che poi è la caratteristica più bella di quell’età, e io, vedendo i trenta inesorabilmente più vicini rispetto a qualche anno prima, non volevo arrendermi ad una vita piatta e omologata e avevo ancora voglia di uscire e star bene, far serata, divertirmi, girare il mondo, vedere cose nuove. Certo, il tutto sempre responsabilmente. Una volta ogni tanto. Diciamo pure una volta ogni passata di papa, visto che il lavoro mi assorbiva fino al midollo. Ma dentro di me ribolliva ancora lo spirito ribelle della ragazza che ero sempre stata fino a poco prima, la studentessa universitaria che si gode la vita. Mi sentivo castigata dentro ad un realtà che non mi apparteneva, ma sapevo che dovevo responsabilizzarmi e lo accettavo con quieto assenso. Anzi, mi piaceva lavorare sodo e guadagnarmi il pane per poi spendermi i miei soldi come decidevo io.

 

 

Ottobre 2015: a first approach

62fb3fe597769c3c8de9f03bd414b88f

L’iniziale antipatia che provavo verso lo studente fastidioso sempre pieno di domande scomode, si è poi sciolta e trasformata in stima. Stima reciproca, devo dire.

In una scuola privata, d’altronde, i casi umani sono molti, e nel marasma di gente maleducata, rissosa,  con lo stesso quoziente intellettivo di un pesce rosso e lo stesso interesse verso lo studio che io posso avere verso il punto croce- quindi, NULLO- riuscire a trovare persone educate, volenterose, capaci e davvero interessate allo studio, bhe, è davvero un miracolo, di conseguenza, le poche perle rare che avevo, inevitabilmente finivano per darmi quel tocco di motivazione in più e rischiarirmi la giornata, mentre gli altri, che dire, contribuivano a rabbuiarmela.

Se ci ripenso ora, specie i primi tempi, certe litigate che mi sembrava di uscire matta. Le ragazze, specie. Di una strafottenza e cafonaggine da record. Alcune erano talmente svogliate che a malapena trovavano la voglia di respirare, figurati di studiare o seguire, ed oltre ad essere ignoranti come una scarpa, erano pure di una maleducazione allucinante. Se non vuoi seguire va bene, rimarrai ignorante a vita, posso farmene una ragione, la cultura non è mai stata per tutti, ma, per dio, quantomeno non parlarmi sopra e permetti a chi vuole ascoltare di farlo senza mandarmi a puttane l’intera lezione con le tue moine da superdonna isterica.

Sarebbe stato da sbatterle al muro, invece dovevo contenermi a appiattirle contro il banco con la forza della mia voce e annichilirle con tutta la schiacciante personalità e il savoir faire di cui fossi capace per far ben capire loro chi diavolo è che comandava là dentro e riuscire ad avere quel minimo di rispetto e decenza che ci vorrebbe in ogni classe, nonché in ogni contesto sociale civile.

Col tempo, sarei riuscita a comprarmi anche la loro fiducia e il loro silenzio, e persino a volergli bene. Solo che all’epoca ancora non lo sapevo.

Nonostante gli scleri, le alzate di voce, e le madonne, insegnare cominciava a piacermi. Col tempo imparavo a saper conquistare ognuno di loro in modo diverso, a saper come prenderli, ogni alunno era dannatamente particolare e dovevo usare approcci e metodi completamente differenti per riuscire ad ottenere l’attenzione e i risultati necessari.

Riuscire a trasmettere qualcosa di mio mi stimolava, specie quando vedevo che la classe era ricettiva e invogliata, cosa ahimè davvero rara. Di conseguenza, mi sentivo soddisfatta solo se a fine lezione ero riuscita ad insegnare qualcosa, era diventata la mia missione, con le buone o con le cattive.

Mi svegliavo col sorriso dopo tanto tempo.