Lesson 1:the beginning

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Prima lezione della mia carriera da professoressa: inutile dire che ero un po’ tesa.
Cerco di ignorare l’imbarazzo che mi monta dentro e mi fingo disinvolta e sicura di me.
Non che di mio non lo sia, ma la prima volta in un nuovo posto di lavoro ha sempre un non so che di magnificamente brividoso ( e ho scoperto che quella sensazione ansiolitica di adrenalina mi piace). Specie in un posto come una scuola, dove devi dimostrare di avere palle, carattere, e soprattutto la cultura giusta e i metodi appropriati per trasmetterla adeguatamente.
Non è esattamente come essere l’ultima arrivata in un nuovo ufficio, lì tutti si aspettano che tu debba imparare il mestiere e farti la gavetta e le gaffe sono date per scontate. Qualcuno sopra di te ti darà qualche dritta.
Ma fare la prof è un’altra cosa. Sei tu che devi insegnare, da subito, dalla prima volta, anche se di esperienza in quel campo ancora non ne hai. E gli altri devono imparare da te. Hai un ruolo di potere che devi saper ricoprire. Un ruolo che non è fatto per tutti. E non si accettano sgarri. Non devono capire che in realtà sei solo una mocciosetta un po’ più cresciuta di loro. E che ancora ti fai le canne e se ti fanno imbufalire ti scappa qualche parolaccia. Giammai.
La direttrice mi apre la porta dell’aula con slancio e mi presenta ai ragazzi, entro, la classe tutta composta e ancora sileziosa, visi che si dipingono di curiosità, occhi che si spalancano, risatine, commenti.
Dopo un piccolo discorso di introduzione, lei chiosa e si dirige verso la porta.
La saluto, e mi lascia in balia di quei visi che ancora mi paiono angelici ma che io so, che in realtà sono piccole serpi velenose che mi scrutano, dietro i sorrisini beoni e dipinti, pronte a giudicarmi ed attaccarmi al primo passo falso. Non posso commettere errori, la prima impressione deve essere quella giusta, sennò dal dito si prenderanno la mano e così via.
Mi presento, ancora mi ricordo il mio discorsetto improvvisato col sorriso tirato in bocca: “Salve ragazzi, sarò la vostra professoressa di inglese, tranquilli, non sono cattiva..” e qualche altra boiata del genere.
Prendo subito le redini della situazione in mano, mi costruisco la facciata di donna sicura di sé che non si fa certo mettere i piedi in testa da quattro scapestrati di turno, chiedo se gli piace la lingua, li lascio parlare, chiedo a che punto sono del programma, e a che livello sono di inglese, e la lezione prende il via.
Li faccio leggere per capire il livello, facciamo qualche esercizio.
(…)
Dalla prima lezione, e dico, dalla prima, c’era uno studente che spiccava più degli altri.
Praticamente, uno dei pochi là dentro davvero interessato allo studio, quindi, che si distinguesse dalla massa era anche normale, se vogliamo.
Chiedeva, voleva leggere, si dava da fare, rispondeva repentino alle domande.
E rompeva anche il ca…, se proprio volete saperlo.
Avete presente quel classico elemento di disturbo che non vorreste mai, scusate il francesismo più da scolaretta che da docente, avere a coglioni la prima lezione della vostra vita da professoressa che vi accingete a fare?
Voi, appena laureate, con poca esperienza lavorativa alle spalle, che ancora non avete quella sicurezza dei vecchi professori data da anni e anni di esperienza alle spalle nonché da una perfetta conoscenza della lingua perpetuata nei secoli di insegnamento…e lui, l’elemento che comincia a fare domande scomode, fuori dal programma, quasi a volervi mettere in difficoltà, cerca persino di contraddirvi, o addirittura, dopo una domanda inaspettata sui verbi modali, va a cercare su suoi vecchi appunti per controllare se avete risposto giusto che la cosa non gli torna.
E fortunatamente, avevo risposto egregiamente bene.
Ecco, te, mollami, per dio!!!
Lasciami respirare, è la mia prima cazpio di lezione, vuoi capirlo, brutto arrogantello??
Sta cosa mi ha subito messa sotto pressione. Eppure, mi ha insegnato molto.
Benché fosse una classe per la maggior parte di caproni ignoranti la cui unica preoccupazione era come passare il tempo fra una sbronza e l’altra, piena di elementi che avrebbero scambiato Oscar Wilde per Mister Bean ai quali della cultura anglosassone non gliene poteva fregar di meno, ho subito capito che non potevo arrivare in classe ed essere preparata solo sulla lezione del giorno, non so, oggi facciamo Shakespire e via, ma dovevo necessariamente sapere previamente tutti gli autori più importanti inglesi, tutte le loro opere, e poi soprattutto non aspettarmi solo domande sull’argomento della lezione, ma su qualsiasi cosa dovesse competermi, non so, il primo ministro attuale inglese, il participio passato di tutti i verbi irregolari, la taglia di mutande della regina, il primo nome di battesimo del cane da tartufo di Carlo…TUTTO. La cosa mi innervosiva, ma DOVEVO essere sempre preparata, perché non potevo e non volevo fare la figura della prof inesperiente, giovincella e svampita che casca dal pero e alla prima domanda più specifica e rognosa inciampa e indice un vergognoso silenzio stampa, con sottotitoli cubitali che scritti rossi in fronte dalla vergogna dichiarano: “NON NE SO UNA CEPPA”.
Eh no, che non potevo. Perché c’erano anche persone volenterose, secchione, brave e rompicazzi che volevano apprendere qualcosa e, nel frattempo, si divertivano provando biecamente a insidiare la prof con domande stronze per vedere se era preparata a dovere.

Questa la mia prima impressione sulla scuola, sull’essere insegnante, e sullo studente secchione fastidioso.
Passo e chiudo.

 

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Premessa: One year ago

For ur teacher friends

Settembre 2015

C’era una volta una prof di ventisei anni, anzi, all’epoca solo una neolaureata, che esattamente un anno fa mandava un curriculum ad una scuola privata della sua cittadina dove era tornata a vivere dopo aver preso la laurea magistrale.
Voleva vedere se quella era la strada per lei, se era fatta della pasta giusta per ricoprire quel ruolo che sin da piccola aveva sempre sognato.
Nel giro di qualche giorno si sarebbe ritrovata a fare un colloquio e ad essere assunta come docente in quella scuola privata.
Non sapeva che di lì a poco si sarebbe strappata i capelli ed esaurita perché in quella scuola erano concentrati tutti gli elementi più cafoni, strafottenti e somari della città, nonché i più viziati e egocentrici dell’intera regione, ma soprattutto non poteva assolutamente sapere che si sarebbe presa un’innocente sbandata per uno dei suoi studenti più secchioni e pieni di sé, cotta che poi avrebbe sublimato accontentandosi di passarci insieme qualche rognosa ora di lezione a settimana erudendolo sui misteri della lingua inglese, e che sarebbe rimasta innocentemente tale per i lunghi mesi a venire.
Eh no, che non poteva saperlo, la nostra neo prof.
La prof all’epoca era già fidanzata da anni.
Se è per questo, anche lo studente lo era. Ma questo è un altro discorso.
Certo, c’erano state delle crisi durante la loro storia e dei comportamenti per così dire non troppo orsolini, come in ogni rapporto che non sfugge alle leggi del tempo e della triste realtà.
Magari qualche avvisaglia che la relazione potesse esser messa in crisi da qualche uomo interessante che lei poteva potenzialmente incontrare sulla sua strada nel nuovo ambiente lavorativo che si apprestava a frequentare poteva esserci.
Sai, l’attrattiva del nuovo, dell’ignoto.
Se fosse stato un altro ambiente lavorativo, però.
Non so, un qualsiasi ufficio di qualche multinazionale.
Un hotel.
Un cesso di un autogrill, persino (d’altronde di questi tempi, anche con due lauree potresti tranquillamente finire a sgobbare pulendo i pavimenti sulla statale..)
Insomma, un qualsiasi altro ambiente di lavoro.
Ma, per diamine, non una scuola.
Se proprio doveva pensare ad un luogo che sarebbe per lei potuto essere, in quel senso, un luogo di perdizione, non si immaginava certo una spartana scuola superiore piena zeppa di ragazzini ancora acerbi e pretenziosi, che se le diceva culo erano solo spocchiosi figli di papà, e se invece la diceva sfiga, erano casi umani più preferibilmente destinati ad un riformatorio che ad un istituto di istruzione secondaria.
Perché, va bene le avvisaglie, va bene che ci era già passata, va bene che potenzialmente dopo anni di tranquillità si sentiva diciamo “suscettibile” da quel punto di vista, ma, diodelcielo, che riesci a trovarti il potenziale “elemento di disturbo” persino in una scuola dove il più grande c’ha vent’anni, ha appena finito l’età dello sviluppo e per di più è anche un tuo studente che ha circa la metà degli anni del tuo partner ufficiale, mentre te nel frattempo sei nell’età in cui le tue coetanee più svelte metton su famiglia e sfornano bambini e convivenze come non ci fosse un domani….che diamine, ad arrivar a pensar così male ce ne vuole, eh….
Eh no, non poteva immaginare che proprio lì dentro sarebbe successo.
E non credeva di poter arrivare così in basso.
Al limite coi colleghi, se proprio doveva succedere. Sarebbe stato più credibile. Anche se quello il più figo aveva lo stesso sex appeal di un totano bagnato e la stessa pettinatura di Magalli.
Ma così no, dai.
Che scandalo, che caduta di stile, che danno…

Eppure, non è mai stato tanto dolce e miracoloso scivolare nella disfatta.
L’errore ad un certo punto è stato inevitabile, come scivolare sul ghiaccio correndo e bagnarsi le ginocchia. Non si è ferita, non esce sangue, ma la botta l’ha presa dentro e anche se non si vedono, i lividi già pulsano da sotto i jeans fradici.